Ci vuole pazienza.

Cagliari, autobus, linea 6.
– Ma lei di dov’è? Proprio di Ruinas? Eh, ci sono stato, una volta. Piccolino piccolino, Ruinas. Un paesello. Un tempo ero fidanzato con una ragazza di Villamar che abitava in Piazza d’Armi e aveva una sorella sposata con uno di Ruinas, i genitori erano morti, poverini, e lei abitava in questa casa con delle scale che salivano in alto in alto. Ogni domenica andava a messa. Era molto credente. Anch’io sono credente, lo sa? L’altro giorno c’era la catechesi dalle suore. Ho preso un santino. Guardi: la parabola dei talenti. Io li conservo tutti, i santini. Sono belli. Vero? Dopodomani in cattedrale c’è la decina. Poi cantiamo. Lo sa che canto abbastanza bene? Senza microfono. Diciamo che me la cavo. Eh, nulla è casuale. Mia mamma me lo diceva sempre. Nulla è casuale. Beh, come va il lavoro? Sta lavorando, vero? Ieri il postino mi ha detto che il cugino è stato licenziato. Lavorava in una specie di officina. Poverino. Voleva sposarsi l’anno prossimo. Lui non è di Cagliari, è di Villaputzu. Ma non ci va mai, in paese. Mai. Non va d’accordo con il babbo. Anche mio fratello, uguale. Lui prima ci andava sempre. Eh, sono cose brutte. Sa cos’è? Ci vuole pazienza. Mia mamma me lo diceva sempre. Ci vuole pazienza. Beh, io scendo alla prossima fermata. Ma glielo porto un santino? La prossima volta le regalo un santino. D’accordo? Ecco. Stia bene. Arrivederci.

 

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