Correggimi se sbaglio.

– Vedi – gli ho detto – adesso non facciamo altro che parlare di facebook e di twitter e delle loro implicazioni sociali, dei selfie e delle polemiche sui selfie, del livore e delle polemiche sul livore, dell’indignazione e della rabbia, dell’indignazione per chi si arrabbia e dell’indignazione per chi non si arrabbia, della rabbia per chi si indigna e della rabbia per chi non si indigna, degli intellettuali che si indignano e si arrabbiano, degli intellettuali che non si indignano ma si arrabbiano, degli intellettuali che si indignano ma non si arrabbiano, degli intellettuali che si fanno i selfie, degli indignati senza rabbia e degli arrabbiati senza indignazione, degli indignati che si fanno i selfie e degli arrabbiati che non si fanno i selfie, dei selfie degli indignati nei confronti degli arrabbiati e dei selfie degli arrabbiati nei confronti degli indignati, non facciamo altro che parlare senza parlare e anche quando non parliamo è come se stessimo parlando senza usare le parole, perché le parole si usano lo stesso, in un modo o nell’altro le parole le usiamo ugualmente, le usiamo male oppure le usiamo senza immaginare che il loro uso trascende il significato, il significante e il significativo, correggimi se sbaglio. Bene. Vedi – gli ho detto – adesso non facciamo altro che parlare della nostra libertà e del nostro modo di interagire, entrambi condizionati dal fatto che parliamo e interagiamo come se le nostre libertà e i nostri modi di interagire non esistessero realmente ma convogliassero, si può dire convogliassero?, in un’altra dimensione, nella dimensione del non reale, del finto reale, nella dimensione dei selfie fatti per i selfie di chi non si fa i selfie e nella dimensione dei selfie fatti con i selfie di quelli che non sanno cosa farsene dei selfie. Correggimi se sbaglio. Bene. Vedi – gli ho detto – adesso non facciamo altro che parlare di facebook e di twitter, della rabbia e dell’indignazione, dei selfie e degli intellettuali. Ne parliamo ovunque, ne parliamo molto, ne parliamo troppo, ne parliamo anche senza parlarne, e questo mi sembra di avertelo già detto. Non te lo so spiegare con precisione e non so nemmeno se tutto ciò abbia a che fare con quanto sto per dirti, ma ho letto da qualche parte che la stragrande maggioranza degli esseri umani vaga per il mondo sperando di trovare compagnia, nuovi amici, vecchi amici, non amici, chiunque possa accontentare il nostro desiderio di vicinanza e intimità. Ecco. A me sembra che il concetto di amicizia, per questa stragrande maggioranza di esseri umani, sia un concetto sempre più inafferrabile. In questa realtà non reale, più parliamo, a volte senza parlarci, spesso usando parole che non sappiamo usare, o usando parole che non dovremmo usare, meno comprendiamo, meno ci capiamo. Bene – gli ho detto. – Correggimi se sbaglio.
Arturo mi ha guardato, ha inclinato leggermente il collo, perplesso, e ha fatto un piccolo colpo di tosse.
– È tutto? – ha detto.
– Sì.
– Bene. Adesso puoi levarti dai coglioni?
Mi sono grattato l’orecchio e ho annuito.
– Un’ultima cosa – gli ho detto. – Poco fa mi sono affacciato al balcone e ho visto un uomo che trascinava un cagnolino scuro, lo teneva stretto al guinzaglio. Be’, non ci crederai ma quell’uomo era identico a Pietro Paolo Virdis. Anzi, sembrava proprio lui. Che dici? Vado a controllare su facebook? 

 

  

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