Cose che ho pensato (quarantuno).

218.
Una volta ho pensato di avere molta pazienza. Avevo tanta di quella pazienza che non sapevo più dove metterla. Avevo pazienza dappertutto, negli armadi, nei cassetti, sulle mensole, in cucina, nel frigorifero, dentro la lavatrice, nello sgabuzzino e perfino nella vasca da bagno. Così ho comprato delle scatole di cartone alte due metri e larghe un metro e ci ho infilato tutta la pazienza in eccesso. Però, più passavano i giorni e più la pazienza aumentava e avevo riempito la casa di scatole di cartone ripiene di pazienza e non sapevo proprio come fare e dove sistemarle. Allora ho chiesto al vicino e gli ho detto che mi serviva un po’ di spazio, che in cambio ero disposto a cedergli un tot di pazienza, e lui mi ha guardato come se gli stessi chiedendo di andare a letto con la moglie, e così ho lasciato perdere. Più tardi ho telefonato al servizio ritiro rifiuti ingombranti e ho detto che avevo molta pazienza, perfino troppa, e non sapevo come disfarmene e ho chiesto se potevano venire con un camion e caricarsene un tot, ma loro mi hanno detto che la pazienza non era un rifiuto ingombrante e mi hanno consigliato di chiamare i vigili del fuoco o la Asl o qualcosa del genere, che quando ho chiamato si sono messi a fare delle storie perché dicevano che smaltire la pazienza non rientrava nelle loro competenze. Al che ho pensato di mettere un annuncio sul giornale ma il problema era urgente e tutta quella pazienza stava cominciando a soffocarmi, non c’era più spazio nemmeno sul letto e sul divano e avevo dovuto riempire delle buste enormi ammucchiandole alla bell’e meglio in balcone. Era uno spreco di pazienza e mi sembrava assurdo che non ci fosse nessuno interessato a portarsene via un tot. Poi un bel giorno, mentre stipavo di pazienza i sedili posteriori e il bagagliaio della macchina, è successo che mi è sfuggito un vaffanculo, quasi sottovoce, involontariamente, senza che nemmeno mi fosse passato per la testa di dire proprio vaffanculo, e siccome qualche motivo per dire vaffanculo però ce l’avevo, ci ho riflettuto su e l’ho detto di nuovo, stavolta a voce alta, vaffanculo, e l’ho ripetuto un’altra dozzina di volte, a voce sempre più alta, vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo, che pian piano tutta la pazienza che avevo accumulato ha iniziato a dissolversi, dentro la macchina, negli scatoloni, sugli scaffali, nell’armadio e ovunque, finché in poco tempo non ne è rimasta traccia. La mattina dopo, avevo riempito la casa di vaffanculo, ma i vaffanculo non si incontrava fatica a smerciarli, anzi, sembrava proprio che la gente ne andasse matta, se li faceva tirare dietro.

 

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