Giorno 3.

Nella notte tra il giorno 2 e il giorno 3, una notte che il tempo si curva nell’andirivieni di vecchi orologi, appare l’ex presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama. Obama smangiucchia un gelato alla crema e parla seduto in un angolo, una sorta di pagliericcio, mentre in lontananza un gruppo di donne accompagna a passo di danza l’agitarsi di lunghe vestaglie sciolte. Il lento crescere di voci e di suoni di campane sovrasta il flusso di coscienza dell’ex presidente, il suo è un linguaggio che ricorda molto da vicino quello dei venditori ambulanti. “Buongiorno”, dice il postino. “Buongiorno”, rispondono due sconosciuti apparsi da dietro un barile. “Buongiorno”, urlano in coro le donne in vestaglia. Obama si alza e da un sacchetto di plastica tira fuori un pollo. “Ecco il pollo di San Vito”, dice. A quel punto mi sveglio. Poi vado alla finestra e mi affaccio. Qualcuno sta facendo esplodere dei petardi sul marciapiede. Credo mi sia sfuggito un vaffanculo.



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