Il corso del pensiero.

“Tutte le condizioni erano riunite adesso, mi sembrava, per pensare. Qualche minuto prima, sul marciapiede della stazione marittima, mi ero soffermato a guardare la pioggia che cadeva attraverso il fascio luminoso di un riflettore, in quello spazio molto preciso delimitato dalla luce, chiuso eppure sprovvisto di confini materiali quanto il tremolio aperto dei contorni di Rothko e, immaginando la pioggia che cadeva in quel punto del mondo e che, sotto le raffiche del vento, passava ora nella mia mente dal cono di luce alla penombra contigua senza che si potesse determinare un limite tangibile tra la luce e le tenebre, la pioggia mi appariva come un’immagine nel corso del pensiero, che si fissa un attimo nella luce e scompare allo stesso tempo per succedere a se stesso. Poiché cosa significa pensare – se non pensare ad altro? La bellezza sta nel corso, sì, nel corso, e nel suo mormorio che procede al di fuori del baccano del mondo. Si provi a fermare il pensiero per esprimere il contenuto alla luce del giorno e si avrà, come dire, come non dire, anzi, per proteggere il tremolio aperto dei confini inafferrabili, non si avrà niente, qualche goccia priva di grazia bruciata nella luce. Era notte ora, nella mia mente, ero solo nella penombra della cabina e pensavo, in pace, estraneo ai tormenti esterni. Le condizioni più favorevoli per pensare, infatti, i momenti in cui il pensiero si lascia più volentieri trasportare nei meandri regolari del suo corso, sono appunto i momenti in cui, dopo aver rinunciato provvisoriamente a misurarsi con una realtà che sembra inesauribile, le tensioni si affievoliscono a poco a poco, tutte le tensioni che si accumulano per difenderci dalle ferite che incombono – e ne conoscevo delle infime – e in cui, soli in un posto chiuso, soli a seguire il corso dei propri pensieri nel sollievo nascente, si passa progressivamente dalla difficoltà di vivere alla disperazione di essere”.

[La macchina fotografica, di Jean-Philippe Toussaint, 1991, pagine 80-81, edizioni Guanda, traduzione di Claude Béguin. Titolo originale: L’appareil photo, Les Éditions de Minuit, 1988]



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