Inadeguatezza.

Arturo è seduto accanto alla stufa. Sembra riflettere su una frase che ha letto qualche giorno fa, una frase incisa su una lapide: il nostro destino è di pestare l’acqua, di girare in tondo.
Credo l’abbia particolarmente colpito.
Come va?, gli chiedo.
Lui zitto.
Hai già fatto colazione?
Lui zitto.
Sai, a volte mi sento come una pentola vecchia, gli dico.
Lui zitto.
E se fossimo tutti prigionieri di un melodramma vivente? Non ci hai mai pensato?
Lui zitto.
Allora mi alzo e vado alla finestra. Giù in strada c’è un tizio che trascina una ruota di bicicletta. Sembra uno a posto. 
Tutto bene?, gli chiedo. Che è successo alla ruota? Mi sembri un ciclista esperto. Posso farti una domanda? Come fai a non sentirti pervaso da un enorme senso di inadeguatezza?
Lui mi guarda senza alcuna espressione, poi si volta e riprende a trascinare la sua ruota.
Fuori fa fresco. Chiudo la finestra e torno da Arturo. Sta continuando a riflettere.
Oggi va così: chiunque può dire di avere un punto di vista migliore del tuo, gli dico.
Lui zitto.
Pensano di essere tutti all’altezza. Sempre, comunque e ovunque. In giro non c’è più nessuno che si senta inadeguato. Se non del tutto, almeno un po’.
Restiamo in silenzio qualche minuto, come in una trama sospesa. Poi Arturo solleva la testa e mi punta un dito contro.
Hai una maglietta del cazzo, mi dice. Il beige non ti dona.

 

 

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