La mietitrebbia.

L’altra sera ero a Villacidro per il Premio Letterario Dessì e con il musicista e scrittore Andrea Chimenti si parlava del suo ultimo libro, Yuri, un romanzo edito da Zona, e si parlava anche di canzoni, new wave, poesia, internet, televisione e altro ancora. C’era un bel pubblico attento e interessato, in piazza Zampillo, il solito pubblico attento e interessato che partecipa al Premio Dessì, che non è soltanto un Premio ma un vero e proprio festival che dura una settimana con presentazioni, concerti, reading, dibattiti e seminari. E a un certo punto, mentre con Andrea Chimenti si parlava di letteratura, un tizio si è avvicinato al palco e ha iniziato a urlare “Senti un po’, ma tu ce l’hai una mietitrebbia?”. Che subito qualcuno dell’organizzazione è intervenuto per allontanare il tizio, e io e Chimenti non è che ci siamo preoccupati, più che altro eravamo disorientati da questa cosa della mietitrebbia. Poi, così mi hanno detto, sembra che il tizio ce l’avesse proprio con me, cioè voleva sapere se ho una mietitrebbia, che in ogni caso non ce l’ho, non l’ho mai avuta e anche se ce l’avessi, una mietitrebbia, non saprei come usarla e nemmeno dove tenerla. Forse ci vuole perfino una patente speciale, per guidare una mietitrebbia, non lo so. Secondo me, io almeno mi sono fatto quest’idea, quel tizio mi deve aver scambiato per qualcun altro, magari per un agricoltore o per uno che vende mietitrebbie, che in genere però è gente che non se ne sta su un palco a parlare di musica e letteratura, e allora è chiaro che nel ragionamento dentro la sua testa, il tizio, mi sa che non aveva tutti i torti.

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