La pagella delle valutazioni impossibili.

Seduto su una panchina dei giardini, un libro tra le mani, le labbra serrate in una smorfia di sottile piacere, Erasmo riflette su una cosa che ha letto su una rivista, l’altro giorno, circa il potere e l’influenza delle parole.
Alcuni dicono che quando è detta, la parola muore. Io dico invece che proprio quel giorno comincia a vivere.
Così c’era scritto sulla rivista. E sotto, tra parentesi, il nome dell’autrice, Emily Dickinson.

Quando è detta, la parola muore.
Io, invece, dico che proprio quel giorno comincia a vivere.

Non c’è niente di più vero, si sorprende a pensare Erasmo, che non ha mai scritto nulla, a parte un paio di poesie in età giovanile dedicate a una ragazza con i capelli scuri, una ragazza che si chiamava Albina. Non c’è niente di più vero, si sorprende a pensare Erasmo, che non ha mai scritto nulla, a parte quei componimenti giovanili sgorgati chissà come e chissà da dove, durante un’estate passata a torturarsi il cuore e a soggiogare lo scompiglio delle malinconie adolescenziali, a palpitare per una ragazza dai capelli scuri che si chiamava Albina.

Non è mica un poeta, Erasmo, non è nemmeno un letterato ma si sforza di capire, quando ne ha voglia, quando si mette di buzzo buono, prova a immaginare quanto possa risultare doloroso estrarre le lettere dal vuoto.

Le parole che vivono nel momento stesso in cui muoiono.
Beh, se non sono stranezze queste, commenta tra sé e sé. Son proprio stranezze, con un significato ben profondo, pensa. Forse questa cosa delle parole che vivono nel momento stesso in cui muoiono sta a significare che le parole non muoiono mai, pensa. Forse questa cosa delle parole che vivono nel momento stesso in cui muoiono sta a significare che il corpo di una parola può confondersi con il corpo del mondo, pensa. Chi lo sa. Forse non è così. Forse il significato vero è un altro, pensa Erasmo. Forse questa cosa delle parole che vivono nel momento stesso in cui muoiono significa semplicemente che anche le parole, a un certo punto della loro vita, muoiono, e basta. Forse significa semplicemente che le parole si rivelano, si trasformano, e poi si lasciano modellare da altre parole, con forme e consistenze in costante mutamento, in perenne metamorfosi. Forse significa che le parole, nel momento in cui nascono, sono già altro, qualcosa che non conosciamo, un grande, solenne sudario per poeti, scrittori e letterati. O forse no, pensa Erasmo. Che seduto su una panchina dei giardini, le pagine del libro smosse da un vento leggero, sorride e riflette su quanto sia piacevole, a volte, star dietro ai pensieri senza capo né coda.

 

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