L’uomo che allontanava le nuvole con un sorriso.

Sono passati trentadue anni, da quel ventotto maggio. Non dico che sembri ieri, ma insomma.
È che alcuni ricordi hanno un modo di procedere tutto loro. A volte basta un soffio di vento, o un suono ovattato, per recuperarne l’immagine, intatta e nitida.
Ora che ci ripenso, fu colpa di Anthony. Fu colpa sua se da quel giorno ripresi a fumare. Venivo da un periodo di astinenza; un periodo non breve. Non era il primo, nemmeno sarebbe stato l’ultimo. Ma con le sigarette è così che succede, è così che vanno le cose. Proprio come quando Tom Waits, rivolgendosi a Iggy Pop in “Coffee and Cigarettes”, a un certo punto dice “Il bello, quando si smette, è che, avendo smesso, posso anche fumarne una. Perché ho smesso. Capisci? È un fatto ornamentale. Non aspiro nemmeno”.
Quel pomeriggio di trentadue anni fa, l’aria sembrava imbevuta di una strana forma di elettricità. Io e Anthony ce ne stavamo seduti su un marciapiede, nei pressi dell’Arena di Verona, e di tanto in tanto alzavamo il capo per fissare il cielo. Si stavano addensando grandi nuvole scure. Si potevano udire i forti tuoni del temporale in arrivo. Lui a un certo punto tirò fuori dal taschino della sua sahariana un paio di sigaretti verdi e me ne porse uno. Non li avevo mai visti primi. Lì per lì pensai si trattasse di sigarette alla marijuana. Invece no, non erano canne.
“Si chiamano beedi”, mi disse.
“Bidi con la i?”, domandai.
“No, beedi. Con la doppia e”, rispose lui.
Erano sigaretti naturali, senza nicotina. Foglie arrotolate e riempite di tabacco, senza filtro. Presi il beedi e lo annusai, sotto lo sguardo divertito di Anthony. Poi lo accesi, tirai una boccata e soffiai una nube densa e profumata. Aveva un buon sapore. E in ogni caso avevo smesso, quindi potevo anche fumarmene uno. Andò che ce ne fumammo un paio a testa, forse anche tre o quattro, mentre Anthony mi parlava del fascino dell’India, della bellezza del Taj Mahal, e di altre cose ancora.
Come annunciato e previsto, poco dopo iniziò a piovere. Al che prendemmo gli zaini, ci alzammo e raggiungemmo Viviana e Monica che intanto si erano già messe al riparo, in un bar poco distante.
Io e Viviana venivamo da Cagliari. Eravamo partiti un paio di giorni prima: traversata in traghetto, passaggio ponte, un viaggio terribile. Poi in treno sino a Bologna. Avevamo trascorso la notte a casa di Monica, cagliaritana trapiantata da qualche anno in Emilia. Il giorno dopo, di buon’ora, avevamo raggiunto la stazione. Prima di salire sul treno per Verona eravamo rimasti in silenzio per qualche minuto davanti al monumento sul quale sono incisi i nomi delle vittime della strage neofascista. Non erano trascorsi neanche quattro anni. A scorrere quell’elenco mi era venuto un moto di disgusto, di rabbia e di commozione, oltre a un senso di inquietudine e di inadeguatezza.
Dopodiché ci eravamo messi in viaggio. In tasca avevo quanto di più prezioso avessi mai custodito: il biglietto per il primo concerto di Bob Dylan in Italia. Sì, certo, ancora oggi si dice che Bob Dylan abbia suonato nel 1962 a Roma, al Folk Studio, davanti a un pugno di persone. Ma pare sia una leggenda, non un fatto realmente documentato. Il primo vero show di Bob Dylan in Italia, mitologia a parte, è datato ventotto maggio 1984. Quel giorno arrivammo a Verona con largo anticipo rispetto all’orario di inizio del concerto. Il programma prevedeva un set iniziale con Carlos Santana e la sua band. Poi il concerto di Bob Dylan, per l’occasione accompagnato da una band di musicisti inglesi, tra cui Mick Taylor, ex chitarrista dei Rolling Stones. Si trattava di due set ben distinti. Gli organizzatori, tuttavia, non avevano escluso la possibilità di una jam session finale, Dylan e Santana insieme. Il pubblico, ovviamente, era eccitato alla sola idea di poterli vedere duettare.
Non ricordo com’è che ci imbattemmo in Anthony. Fuori dall’Arena e nei dintorni era un via vai di gente di ogni tipo. Gente che faceva la fila davanti ai cancelli sin dal mattino, ragazzi con zaino e sacco a pelo in spalla, qualche hippy, musicisti di strada. Anthony aveva una trentina d’anni, un po’ meno. Era nato e viveva in Tasmania, figlio di emigrati di origini abruzzesi. Era un tipo non troppo alto, magrolino, aveva un viso che ricordava quello di Dustin Hoffman. Anzi, lo si sarebbe potuto scambiare proprio per Dustin Hoffman. Parlava a stento l’italiano, perlopiù mescolava inglese e dialetto abruzzese. Anthony era un viaggiatore, un viaggiatore vero. Lavorava sei mesi l’anno, nei pressi di Hobart. Durante i restanti sei mesi girava il mondo. Non aveva bisogno nemmeno di tanti soldi. Si arrangiava: dormiva dove gli capitava, mangiava poco. Adorava il cappuccino. Quando entrava in un bar, era capace di berne uno dietro l’altro. Dalla gioia sollevava gli occhi al cielo.
L’Italia rappresentava una tappa importante del suo viaggio. Ci disse che era l’occasione per fare visita ai parenti d’Abruzzo. Lì si sarebbe fermato qualche settimana, in un casolare tutto per sé, una proprietà di famiglia, nei boschi del Parco. Non ricordo se proprio dentro l’area del Parco o appena fuori. A ogni modo, si trattava di un posto selvaggio. Anthony quando ne parlava si entusiasmava, e il suo entusiasmo era contagioso. Si trovava già in Italia quando aveva saputo dei concerti di Verona. Mi disse che aveva letto qualcosa sui giornali e s’era messo subito in viaggio. Non so come fosse riuscito a procurarsi il biglietto, forse grazie ai bagarini. Le due serate, ventotto e ventinove maggio, entrambe all’Arena, erano sold out da mesi.
“Santana è meraviglioso”, affermò solare.
“Bob Dylan è meraviglioso”, gli dissi.
I nostri gusti musicali coincidevano solo in parte. Santana mi piaceva, però in quel periodo mi stavo avvicinando all’ascolto di altri generi. Anthony, invece, non sopportava Dylan, credo lo considerasse un discreto autore di canzoni ma un pessimo chitarrista.
La pioggia concesse una breve pausa, il tempo di uscire dal bar e di sistemarci in fila davanti agli ingressi. Poi il temporale riprese, più forte che mai. Ci riparammo alla bell’e meglio, ma inutile dire che ben presto ci inzuppammo fino alle ossa. Anthony non considerava la pioggia un vero problema o un grave disagio. La sopportava sereno e scanzonato, quasi come un asceta. Gli dissi che invidiavo molto il suo distacco. Ma lui mi spiegò che non si trattava affatto di distacco, anzi, era esattamente il contrario.
“Vedrai”, disse, “smetterà di piovere un attimo prima che il concerto abbia inizio”.
“Sono impressionato dalla tua risolutezza”, gli risposi.
“Andrà tutto bene”, ribadì lui.
“Ah sì? E come fai a saperlo?”, domandai.
Prima di rispondere, Anthony fece un gesto con la mano, un gesto lento e misurato, come a circoscrivere una vasta porzione di realtà.
“Guardati un po’ attorno. Quanti siamo? Ventimila? Di più? Di meno? Non importa. Siamo tanti, questo è un fatto. E ognuno di noi vuole che il temporale si allontani. Giusto? Ognuno di noi è qui per stare bene, per sentire musica, divertirsi, stare insieme. Giusto? Ecco. Vedrai che, una volta dentro, le nostre energie si uniranno, si trasformeranno in un’unica, grande forza positiva che scaccerà le nuvole e la pioggia. L’amore vincerà”.
Sollevai un sopracciglio.
“Ne sei davvero convinto?”, gli chiesi.
Per tutta risposta Anthony sorrise, sgranò gli occhi e allargò le braccia. Io non dissi nulla ma decisi che mi sarei fidato di lui. E comunque sia, ogni altra previsione era di sicuro molto meno affascinante. E forse l’energia di cui parlava Anthony esisteva. Oppure, semplicemente, bastava crederci.
Aprirono i cancelli dell’Arena, le lunghe file si mossero, il pubblico iniziò a fluire, in modo caotico e disordinato. Fummo risucchiati dalla folla. Trovammo i nostri posti, si sedemmo. Le ore che ci separavano dal concerto volarono via. Qualche minuto prima che Santana e la band salissero sul palco, le nuvole scomparvero, il cielo si aprì. Brillavano persino le stelle. Da restare sbalorditi.
Anthony mi guardò, sorrise e strizzò un occhio.
Fu una serata memorabile.
L’immagine più limpida tra quelle che affollano i ricordi è l’immagine della sagoma di Bob Dylan che, telecaster a tracolla, emerge dalle quinte scure e avanza tra lampi di flash mentre il pubblico applaude, urla e ruggisce. Vissi il concerto in uno stato di trance, qualcosa del genere. Tornai in me dopo il bis, dopo il duetto Dylan-Santana. Tornai in me quando capii che il concerto era finito. Era già finito. E non ci sarebbe stato più alcun bis.
Anhony mi offrì un altro sigaretto indiano. Fumammo fuori dall’Arena, seduti sulle pietre, mentre la gente si disperdeva in piccoli sciami. Aveva iniziato a far freddo.
“Parto per Roma”, disse Anthony a un certo punto, “voglio andare a Roma, voglio vedere Roma”. Era entusiasta.
“Buon viaggio, amico”, gli dissi, “ti aspetto a Cagliari”.
Gli lasciai il numero di telefono e l’indirizzo. Ci salutammo e ci abbracciammo. Poi ognuno andò per la sua strada.
Qualche settimana dopo ricevetti una telefonata. Era Anthony. Mi raccontò una storia che lì per lì mi sembrò assurda. Mi raccontò che a Roma era stato fermato dalla polizia, che una notte lo avevano preso e caricato su una camionetta. Che gli agenti lo avevano tenuto chiuso in una stanza per un paio di giorni. Che i poliziotti lo avevano trattato come se fosse un delinquente. E poi alla fine lo avevano rilasciato.
“Ma che cosa hai combinato?”, gli domandai.
“Io? Niente. Erano le tre del mattino e giravo senza meta. A un certo punto si sono avvicinati dei tizi. Mi hanno sollevato di peso, scaraventato dentro una camionetta e trasportato in Questura. Da lì in poi, un inferno”.
“Ma, scusa, tu non hai chiesto spiegazioni?”.
“Sì”.
“E gli agenti che cosa ti hanno detto?”.
“Nulla. Silenzio. Non rispondevano”.
“E poi?”
“Poi una mattina mi hanno restituito i documenti e mi hanno detto: Grazie, può andare, ci scusi, l’abbiamo scambiata per un hooligan”.
“Un hooligan?”.
“Un tifoso inglese”.
Feci mente locale. D’un tratto capii.
“Cazzo”, gli dissi, “non saresti dovuto andare a Roma”.
“No?”, disse lui candido come una vergine, “e perché mai?”.
“Lascia perdere, te lo spiego un’altra volta”.
Finita la telefonata, andai a recuperare un quotidiano di parecchi giorni addietro. Lessi il titolo della pagina sportiva.

Coppa dei Campioni, Roma beffata. Cede al Liverpool dopo 120’ e i rigori. Violenti scontri tra tifosi nella capitale. Decine di feriti e di fermati.

Anthony. Che nemmeno sapeva come si gioca a calcio.
Anthony. Una delle persone più buone e pacifiche che abbia mai conosciuto.
Anthony. Innamorato delle persone, del mare e della natura.
Anthony. Che immagino abbia avuto un mucchio di storie da raccontare, quell’anno lì, una volta tornato a casa.

 

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nella foto, manifesto

 

 

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