Mi sentono tutti.

Cagliari, autobus, linea 1.
Il tizio avrà una cinquantina d’anni e mentre parla al telefono si sistema ripetutamente gli occhiali, con l’indice spinge la montatura sul naso, ma quella continua a scivolare sulla punta. Il tono della telefonata è concitato.

– Guardi. Mi scusi. No, signorina. Mi lasci parlare. Se io le chiedo una cosa. No. Guardi. Sono in pullman, mi sentono tutti. Ma l’accettazione. Io. Adesso. Lei mi sta dicendo il 3 maggio. Mi hanno chiamato anche poco fa. Dallo 070 e un altro numero che adesso non mi ricordo. Questo numero è vostro? Guardi. Non lo so. Mi dica se può essere. Non lo so. Guardi. Ma se mi lascia parlare, signorina. Erano quattro numeri molto simili e mi avete chiamato. Poi purtroppo quando una persona. No, no. Ma lei mi conferma che il numero è quello? Signorina. Non lo so. Può essere anche il 5 finale. Può essere, le sto dicendo. Ma lo 070. E un altro numero. Sì, va bene, il 3 maggio, ma mi ascolti. E se non mi ascolta. Signorina, non mi ripeta sempre. Ma lo 070 eccetera è il vostro numero? Io. Mi faccia parlare. Sì, ma mi ascolti. Signorina. Mi faccia parlare.

Poi chiude la chiamata, si sistema gli occhiali e sbuffa. Guarda lo schermo del telefono.
– Brutta bagassa.

 

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