Persi in qualcosa di completo e grande.

Ci sono sguardi e sguardi. Ci sono sorrisi e sorrisi.
Ci sono sguardi che non dicono nulla. Che non sono nemmeno sguardi.
Ci sono sorrisi che non sono nemmeno sorrisi. Che non dicono nulla.
Gli sguardi e i sorrisi di Gianfilippo dicono. Anzi, spesso parlano.
L’altra sera, prima di partire per Narcao, Gianfilippo mi ha rivolto uno sguardo che non saprei, uno sguardo metà disgustato e metà preoccupato, forse più disgustato che preoccupato.
Era per via del giubbotto in pelle che tenevo sottobraccio.
Secondo me, gli ho detto, a una cert’ora a Narcao fa proprio freschetto, scende una brezza che è meglio coprirsi.
Al che lui ha scosso la testa, s’è messo a ridere, non ha detto niente. Ma l’ho capito lo stesso il significato di quello sguardo, di quella risata.
Che poi, tutto sommato, aveva anche ragione, Gianfilippo, a guardarmi in quel modo. La brezza fresca non s’è sentita, non è venuta giù, l’altra notte a Narcao. Ci ha avvolti un caldo dolce, invece. Un caldo umido, appiccicoso. Un caldo blues. Un caldo rock.
O forse no.
Forse la brezza è venuta giù lo stesso, l’altra notte. Ma non se n’è accorto nessuno. Noi no, di sicuro.
Forse è stato per via dei Los Lobos.
Sono saliti sul palco e subito la loro musica si è fatta fuoco, si è impadronita del vento, e come un mantice ha soffiato forte tra il pubblico, ha pervaso di calore e di bellezza i cuori e le anime del pubblico davanti alle transenne.
Ché io un concerto così non lo sentivo e non lo vedevo da non ricordo più da quanto. Forse da una decina d’anni.
Ché io mi sono davvero commosso, quando David Hidalgo ha imbracciato la chitarra, ha sistemato il microfono e s’è messo a suonare e cantare. Commozione e lacrime. Fuori e dentro. Ché una canzone quello deve suscitare: far commuovere, fuori e dentro, far piangere, fuori e dentro, smuovere qualcosa, fuori e dentro. Altrimenti non è una buona canzone. Anzi, non è nemmeno una canzone.
Ché poi, ripensando a quelle emozioni, mi sono venute in mente le parole della scrittrice americana Willa Cather. “Ecco che cos’è la felicità: perdersi in qualcosa di completo e grande”.
Ed è così che è andata, secondo me, l’altra notte a Narcao, al concerto dei Los Lobos: il pubblico s’è sentito felice, perso in qualcosa di completo e grande.
Ho pensato che la stessa cosa capiti ai musicisti, agli attori, ai performer. È una sorta di fiamma, una nuvola luminosa, un vero e proprio nimbo.
Giuro che l’altra notte, a Narcao Blues, a me è sembrata di vederla, l’aureola sul capo di David Hidalgo. E gli sfiammavano pure le dita, mentre cercava una qualche divinità nascosta tra le corde e i tasti della chitarra. E gli sfavillavano persino gli occhi, due fessure incastonate su quel faccione da messicano triste, i capelli grigi, tirati all’indietro e impomatati sino alla nuca.
Uno sciamano, ecco chi è David Hidalgo. Uomo di musica che guarisce. Uomo di religione che illumina. Uomo di blues che parla al cuore. Uomo di rock che fa danzare.
Quando, al termine dello spettacolo, mi sono avvicinato nel retropalco per stringergli la mano e fargli le congratulazioni, lui, stremato da un’ora e mezza di concerto, ha avuto anche la forza e la cortesia di sorridere e di ringraziare. Con me avevo le copertine di due ellepì, i primi due dischi della band, acquistati più di trent’anni fa da Carù. Hidalgo li ha visti e si è meravigliato, forse non si aspettava di vedere dei vinili d’epoca. Gli ho porto una penna per l’autografo, ma lui ha detto No, no, no, qui occorre un pennarello. E lo ha chiesto a Enrique Bugs Gonzalez, il batterista, che ha impiegato poco più di un secondo per tirar fuori il pennarello e consegnarglielo.
Lo so. Lo so che questa cosa di farsi fare gli autografi sulle copertine dei dischi può sembrare una cosa da persone poco mature, forse. Ma fa nulla. Non mi vergogno affatto.
A dirla tutta, il mondo è così pieno di gente che pensa di essere matura ma fa cose immature, compie gesti immaturi e per lo più pensa un mucchio di pensieri immaturi, che ogni tanto fa piacere sapere che esista gente che pensa di essere poco matura, forse, e talvolta, coerentemente, fa cose poco mature, forse.
Se io fossi stato un altro, e un altro avesse incontrato me, la scorsa notte a Narcao, dopo il concerto, e mi avesse visto
felice e smarrito in qualcosa di completo e di grande
felice e smarrito nel rock, nel blues, nel soul, nella bellezza delle canzoni
felice e smarrito negli autografi sulle copertine dei dischi
felice e smarrito come un giubbotto in pelle nella brezza di Narcao
se io fossi stato un altro, e un altro avesse incontrato me
un altro avrebbe potuto pensare Ma guarda quale sortilegio, quale mistero, quale magia può fare la musica.
Credo l’abbia pensato anche Gianfilippo.
E lo deve aver pensato anche l’altro Gianfilippo incontrando se stesso
felice e smarrito nelle foto fotografate durante il concerto
che poi anche lui s’è fatto firmare la copertina di un cd, tanto per dire
che siamo gente poco matura, noi.
Forse.

 

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David Hidalgo, Los Lobos – Narcao Blues 2014.
Le foto sono di Gianfilippo Masserano.

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One Response to Persi in qualcosa di completo e grande

  1. […] ho nella testa è una canzone che si intitola Que Nadie Sepa Mi Sufrir ed è stata incisa dai Los Lobos nell’album La Pistola Y El Corazon, e questa canzone è stata interpretata anche da Julio […]

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