Salvato.

Giugno, 1980.
Ieri sera, mentre provavamo per la festa al circolo degli ex marinai, una festa per anziani, qualche parente e un pugno di militari in pensione, che i pezzi di Lucio Dalla e Bennato secondo me vanno bene ma i Dire Straits e i Rolling Stones non li digeriranno, e mentre Robi  improvvisava un giro sulle corde della Les Paul, Ciccio batteva fuori tempo sul rullante e Antonello si aggrappava alla tastiera del basso, un basso brutto e mal ridotto che tutti chiamiamo La Zappa, ieri sera, mentre ero lì, chitarra in grembo e trafficavo per accendermene una, a un certo punto si è avvicinato Sandro. Prima mi ha scroccato una Camel e poi mi ha detto: “Ma tu, come te l’immagini il 2017?”.
Il 2017.
“Mancano trentasette anni, al 2017”, gli ho detto. “Non riesco a immaginarmi nemmeno il 1983. O il 1985. Figurarsi il 2017”. Sandro ha fatto sì con la testa. “Oh, c’hai ragione”, ha detto.
E poi questa cosa del 2017 mi è venuta in mente anche stamattina, una di quelle mattine afose di giugno che quando a Cagliari fa così caldo e il cielo è sempre un po’ meno azzurro e si soffoca, l’unica cosa che puoi fare è andartene al Poetto, stare un’ora a mollo e poi sdraiarti sulla sabbia all’ombra di qualche casotto. Mi sono detto che non lo so proprio, come sarà il mondo nel 2017, quando ormai sarò un uomo anziano. Non so niente, e del futuro me ne frega ancora meno. L’unica cosa che so, in questo momento, è che oggi  sarà una giornata difficile. Lo sapevo anche ieri, ma la certezza ce l’ho soltanto adesso che guardo la bacheca dove sono esposti gli esiti di fine anno scolastico.
Scorro fino alla penultima riga. Matematica: quattro. Filosofia: cinque. Rimandato a settembre. Matematica, e va bene, ci sta, niente da dire. Ma Filosofia. Cinque. E che cazzo. Cartesio lo conosco quasi a memoria…
Così torno a casa. Mi chiudo in camera, prendo l’elettrica e mi metto a strimpellare. Due accordi. Sol maggiore e Fa maggiore. Poi un terzo. Re maggiore. Sempre gli stessi. In sequenza. E anche un La minore.
Cinque in filosofia, penso. E che cazzo.
Esco, vado in via Roma, alla Casa del Disco. C’è Stefano alla cassa. Mi guarda con quel suo sguardo triste, velato da un mezzo sorriso ironico. Gli chiedo “L’ultimo di Bob Dylan è già arrivato?”. Glielo chiedo con un’espressione così speranzosa e supplicante che a Stefano gli scappa una risata a monosillabo. “Non ancora”, mi dice, “forse domani, chi lo sa”.
Domani, penso. Cazzo.
“Forse stasera”, fa lui sollevando le spalle.
Stasera, sospiro. Cazzo.
Il nuovo disco di Bob Dylan. Che s’è convertito al cristianesimo. Che canta Dio e Gesù. Che canta canzoni gospel. Che tra una canzone e l’altra fa discorsi sull’Armageddon e la potenza della Croce. Che sta due ore sul palco a suonare e cantare canzoni inedite. Che come a Newport la gente lo contesta, lo fischia e gliene dice di tutti i colori mentre lui è lì, davanti al microfono, impassibile, la chitarra a tracolla come se fosse un fucile. Bob Dylan che non canta più le canzoni del passato. Che nemmeno canta più le canzoni di “Street Legal”, uscito due anni fa.
Tutte queste cose le ho lette l’altro giorno sul nuovo numero di Ciao 2001, settecento lire, l’anno scorso ne costava seicentocinquanta, che già mi sembravano molte, seicentocinquanta, figurarsi settecento.
“Va bene”, gli dico, “allora passo stasera”. Al che Stefano scuote la testa, si mette a ridere, infila una mano sotto il bancone e tira fuori il nuovo disco di Bob Dylan.
“Saved”. Salvato.
E adesso non vedo l’ora di tornare a casa e di ascoltare il nuovo disco, non vedo l’ora di sentire la voce di Bob Dylan, ché qualsiasi cosa abbia deciso di cantare, a me sta bene. Sul serio, mi sta bene tutto: Dio, Gesù, il Paradiso, l’intero Vangelo. Non mi interessa. Voglio solo sentire le sue canzoni, la sua voce e la sua armonica. Nient’altro.
“Saved”. Salvato.
‘Fanculo matematica e filosofia. ‘Fanculo Cartesio e ‘fanculo giugno. E ‘fanculo anche il 2017.
Poi, mentre corro verso casa, il disco in mano e i pensieri aggrovigliati, a un certo punto mi volto e non so come ma lo sguardo cade dritto sullo strillo di un quotidiano in edicola.
Dc-9 dell’Itavia con 81 persone s’inabissa in mare presso Ustica. Era partito ieri sera da Bologna diretto a Palermo.
Compro il giornale. Leggo gli articoli. Una cosa assurda: come può succedere che un aereo si inabissi così, senza un motivo? Leggo e rileggo. E non so perché, ma questa cosa di Ustica mi fa tornare in mente il 2017. Ci ripenso anche a casa, con il trentatré giri che suona le nuove canzoni di Bob Dylan.
Mi viene da pensare che il 2017 il mondo sarà migliore. Nel 2017 gli aerei non cadranno più, non ci saranno più guerre, non ci saranno più ingiustizie e povertà, il PCI sarà il primo partito in Italia, Mick Jagger sarà il primo ministro britannico. Nel 2017 le auto andranno ad acqua, il Cagliari vincerà un altro scudetto, la disco music sarà morta da un pezzo, gli uomini non si ammaleranno più, nelle scuole si studieranno le canzoni di John Lennon e Bob Dylan sarà ancora in tournée. Mi viene da pensare che nel 2017 staremo tutti meglio.
E poi nel 2017 lo sapremo già da un pezzo, perché quel Dc-9 si è inabissato.
Ma certo. Certo che lo sapremo.
Nel 2017.

 

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