Senza una canzone (4).

Era il sedici agosto, o forse il diciassette, e avevo quindici anni. Mi trovavo in vacanza al mare. Ero un ragazzino smilzo, una specie di selvaggio con la pelle bruciata dal sole e lo sguardo candido e incantato che hanno tutti i quindicenni che sognano di diventare musicisti. L’estate scorreva pigra, calda e senza particolari sobbalzi, a parte quelli del mio cuore che batteva per una ragazza che portava i capelli corti e amava leggere libri gialli e d’avventura. A un certo punto, credo fosse già pomeriggio, arrivò la notizia. Ho un ricordo nitido di quel momento: avevo con me una radio a transistor, di quelle piccole radio portatili. Ascoltavo un programma di musica leggera e me ne stavo seduto nei pressi di una staccionata, su una collinetta davanti al mare. Guardavo la linea dell’orizzonte e immaginavo. Immaginavo tutto ciò che può immaginare un quindicenne innamorato della musica e di una ragazza coi capelli corti e amante di libri gialli e d’avventura. Il vento caldo soffiava da sud, trascinava il profumo della macchia. Scrutavo in lontananza, ascoltavo la radio e sognavo a occhi aperti. Quando a un certo punto.
A un certo punto la radio disse che Elvis Presley era morto.
Elvis Presley. Morto. A Memphis, negli Stati Uniti.
Ascoltai la notizia, poi spensi la radio e rimasi per un po’ a rimuginare. Mi sentivo strano, inquieto, nervoso. Impaziente di fare qualcosa, ma non sapevo cosa. Così mi alzai, mi portai una mano alla fronte per ripararmi dal sole e guardai in basso. Un istante dopo mi misi a correre, giù dalla collinetta, più veloce che potevo, ancora più veloce, il cuore in gola, schivando rovi e fronde di lentisco, più veloce che potevo, ancora più veloce, come spinto da una forza che mi sollevava da terra e mi portava via. Finché non giunsi in spiaggia e mi gettai esausto e sudato sulla sabbia rovente. Tenni gli occhi chiusi per non so quanto.
Quando li riaprii la ragazza dai capelli corti era lì, di fronte a me. Mi guardava dall’alto in basso e aveva uno sguardo perplesso.
– Tutto bene? – mi chiese.
– Tutto bene – risposi scrollandomi la sabbia di dosso.
Lei allora sorrise.
– Facciamo il bagno? – domandò.
La guardai. Aveva un sorriso contagioso.
– Perché no? – dissi.
E in un batter di ciglia ci lanciammo tra le onde.

 

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