Serie di angeli.

Stanotte ho sognato me che sognavo di sognare un sogno che sognavo quando avevo quindici o sedici anni. Erano bei sogni, fatti di spazi e screpolature e pensieri che piombavano fuori dal nulla e silenzi danzanti su cieli sterminati, e mi è dispiaciuto svegliarmi. Allora mi sono alzato e mi sono seduto a ascoltare Bob Dylan che cantava Skylark. Così mi è venuto da pensare che ogni sogno è come un angelo che svolazza libero e anche quando smettiamo di sognare ce lo trasciniamo appresso per un po’, finché non stiamo a guardarlo mentre cade in posti che, per quanto ci sforziamo, non riusciremo mai a raggiungere. Ecco. Se c’è una cosa che mi piace fare, è pensare ai sogni che svaniscono e riempirli con tinte sfumate e un po’ malinconiche. Mi piace immaginare che anche Bob Dylan abbia fatto la stessa cosa, o una cosa del genere, mentre incideva le canzoni del suo nuovo disco. Basta ascoltarle, per rendersene conto: sono talmente intime e tormentate che ogni dettaglio, ogni tonalità, ogni suono e ogni fruscio finiscono per diventare matite con le quali colorare i sogni.
 
 
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