Sgomitare.

Mi ricordo di quand’ero ragazzino e andavo a tagliarmi i capelli. Il salone del barbiere era uno spazio ridotto, un bugigattolo, e in fondo al locale c’era una panca sulla quale sedevano i clienti in attesa. Giunto il mio turno, mi sistemavo sulla poltrona, poggiavo i gomiti sui braccioli e aspettavo che il barbiere mi avvolgesse con la mantellina di raso. Era bianca e fresca, me la stringeva attorno al collo, un po’ mi faceva male. Poi afferrava il pettine e le forbici, stringeva una ciocca tra le dita e iniziava a tagliuzzare. Io stavo immobile e mi guardavo allo specchio. Lui, invece, girava attorno alla poltrona. Una sforbiciata lì, una sforbiciata qua, con una mano mi spingeva la nuca in avanti, di lato, mi sollevava il mento. E intanto iniziava a strusciarsi, con movimenti lenti e precisi. Il suo pacco mi sfiorava gli avambracci. Oltre il sottile strato della mantellina, sentivo la sporgenza, il peso della sua pancia che a ritmi regolari si gonfiava e si sgonfiava. Era una cosa disgustosa, mi paralizzava. Un giorno ho preso coraggio e gli ho dato una gomitata. Non forte, ma sufficiente a farlo smettere. E comunque da quella volta lì non ci sono più tornato, ho cambiato barbiere.  

 

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