Su tre righe.

È quasi mezzanotte, sono stanco. È stata una serata grigia, monotona. Ristorante mediocre, cibo insipido, vino indecente.
Amina, poi. Dio mio. Imbarazzante. Bella donna, niente da dire. Alta, le curve giuste, le orecchie piccole, lo sguardo sbrinante. Proprio una bella donna, Amina. Ma imbarazzante. Ripete sempre le stesse cose.
Durante la cena non ha fatto altro che parlare del suo ultimo viaggio a Madrid. In giro per musei e gallerie d’arte. Una noia mortale.
Ne avrei fatto a meno, di salire a casa sua. Ma lei ha insistito. E adesso eccomi qua, seduto su un tappeto yuruk, a sorseggiare liquore all’arancia e a fumare una sigaretta a metà.
Amina s’è appena scolata un dito di vodka. La osservo mentre si sfila la maglia, si toglie le scarpe. Sorride e saltella verso una libreria a muro, si mette a frugare tra gli scaffali. Poi si volta e mi mostra la copertina di un disco. C’è il faccione di Dylan. New Morning, 1970.
Mette il vinile sul piatto, si sistema sulla poltrona, allunga le gambe e chiude gli occhi.
– Senti questa – mi dice.
Parte la musica. Cinguettii di chitarra, trilli di vibrafono, echi di campane, il tocco leggero delle spazzole sul rullante.
– Sì, la conosco – dico io.
If Not For You – dice lei – bellissima.
– Insomma.
– Insomma? Cosa vuol dire “insomma”?
– Vuol dire che non mi sembra chissà che.
Amina strabuzza gli occhi.
– Scherzi? È meravigliosa! – dice.

My sky would fall / Rain would gather too.

– Sai – le dico – io credo che Dylan abbia un po’ esagerato in questa canzone. Il cielo non cadrebbe in nessuna circostanza. Secondo gli scienziati, il cielo è fissato in modo definitivo all’aria. Quindi, credimi, non c’è nulla di cui preoccuparsi.
– Sei uno stronzo.
– Oh.
– Un grandissimo stronzo.
– Sì. Ma ho ragione da vendere.
Lei mi guarda come se avessi appena dato una leccata allo scopino per il cesso.
– Vattene via – dice sottovoce. Poi solleva, il mento, fa una pausa e aggiunge: – Non voglio vederti mai più.
Butto giù l’ultimo sorso di liquore, mi alzo, prendo la mia roba ed esco.
Ma sì, chi se ne frega, penso.
Per strada non c’è nessuno. Mi dirigo verso l’auto di Amina, mi avvicino al cofano e do un’occhiata in giro. Quindi tiro fuori le mie chiavi di casa e con la punta comincio a incidere sulla carrozzeria.
Giusto tre righe.

you got a lotta nerve
to say you are
my friend

A vederla, la scritta, non è nemmeno venuta male.
Però la prossima volta mi porto appresso un coltellino.

 

dylantrerighe

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One Response to Su tre righe

  1. Gianni ha detto:

    Questo breve racconto contenente alcuni versi di due canzoni di Bob Dylan mi consente di ricordare che venerdì prossimo, a Cagliari, si terrà il primo incontro dei Dylanisti Anonimi. Esattamente il 22 febbraio, all’Orange Café.
    Angelo Liberati (pittore) parlerà di Dylan e dipinti; Marco Noce (giornalista e compositore) parlerà e suonerà di Dylan e religione; Riccardo Delussu (dottorando in Teoria dello Stato) parlerà e suonerà di Dylan e politica; io parlerò di Dylan e libri.
    Ma chiunque abbia qualcosa da raccontare, da suonare, da recitare – di/per/su Dylan – è il benvenuto.
    L’appuntamento è per venerdì 22 febbraio, alle ore 20, all’Orange Café, in via Carloforte a Cagliari.
    Love and Peace.

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