Tutte le mani.

Cagliari, spiaggia del Poetto, primo pomeriggio.
Sotto l’ombrellone: nonna, mamma, figlio di otto mesi, figlia di tre anni. La bambina è in piedi, mangia un tramezzino. Il più piccolo sta gattonando, si diverte a infilare le mani nella sabbia. La nonna, vigile e apprensiva, indica un probabile o imminente pericolo e urla.
– CEEEEH! Gua’ il bambino! Tutte le mani sporche di sabbia!
La mamma del bambino sta armeggiando sullo schermo del telefono, sembra distratta ma risponde a tono.
– Eeeh, non fa niente, lassa perdi.
– Appu nau càstia su pipiu!
– Eia! Cosa c’è?
– Il bambino. Tutte le mani sporche di sabbia!
– Ti ho detto non fa niente. Lassaddu in paxi.
– Ma poi se le mette in bocca!
– O mamma, NOFFANNIENTEEE!
Ma la nonna non sente ragioni. Si alza, afferra il nipotino e lo sistema su una specie di piccolo canotto. Due secondi dopo, il bambino si mette a piangere.
– Cosa c’è a nonna? Cosa c’è? Eh! No, no, no! La sabbia non si tocca. Che poi ti metti tutte le mani in bocca.
Gli strilli del bambino si fanno più acuti. La mamma solleva lo sguardo dal telefono.
– Ma perché non l’hai lasciato a giocare con la sabbia? Ses unu segament’e conca!
Strilli del bambino. Urla della mamma. Urla della nonna. La bambina, in silenzio, osserva e continua a mangiare. Il pianto dura almeno cento secondi. Finché da un ombrellone poco distante non si sente una voce femminile, nitida e perentoria.
– EBBASTA! Aiò! E PRENDETELO IN BRACCIO!

 

 

 

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