Voce del verbo abbarbagliare. 

Sono salito sulla sommità di un campanile. Da lassù ho visto la bontà, sparsa sui tetti delle case. Quanta bontà, ho pensato, occorrerà reclutare migliaia di spalatori, per spalare tutta quella bontà. Ovunque voltassi lo sguardo, la bontà sovrastava la città. C’era perfino della bontà che svolazzava a mezza altezza. Bontà nel traffico, sui treni, negli orti e nei giardini. C’era bontà per ogni dove, le strade vecchie, le strade nuove, sulle chiese a forma di astronave. Bontà esplosiva, bontà governativa. Bontà oltre le colline, bontà nelle campagne. Bontà nei laghi, nascosti fra gli intrighi, bontà sui rami spogli, sugli alberi e nei fiumi. Bontà nel cielo, tra le nuvole e l’azzurro. Bontà sospinta dai venti. Bontà per mari, bontà per monti. Quanta bontà, ho pensato, viene voglia di tuffarsi, nell’immensità di questa bontà. Poi Arturo mi ha dato uno strattone, ha detto: “Svegliati, è già tardi, razza di coglione”.

 

 

  

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