Calcio e rock’n’roll.

Mi sono sempre domandato perché a partire dal 2006, dopo i campionati del mondo di calcio in Germania, i tifosi negli stadi abbiano iniziato a gorgheggiare il ritornello di Seven Nation Army per incitare le rispettive squadre.
È una cosa che mi ha sempre infastidito. Che i tifosi si siano appropriati di quella canzone. Che ne abbiano fatto uno stupido motivetto da stadio. È una cosa che mi ha sempre infastidito.
Kurt Cobain scuote il capo.
Il calcio non ha nulla a che fare con il rock’n’roll, sembra dire lui. Il calcio è uno sport per idioti, per atleti idioti, per tifosi idioti, per persone idiote. Il rock’n’roll non ha proprio niente a che fare con il calcio. Sono due mondi opposti, sembra dire lui.
I White Stripes sono rock’n’roll. Il calcio no.
Non potrei sopportare che i tifosi di una squadra di calcio si mettessero di punto in bianco a intonare il riff di Smells Like Teen Spirit, o di Lithium.
Il mondo è cambiato, gli dico io.
Il mondo sarà pure cambiato ma nessuno è autorizzato a cantare qualsiasi cosa in qualsiasi posto in qualsiasi situazione.
Il mondo è cambiato.
Il mondo è cambiato, Kurt Cobain è morto. O forse no. Non è morto, sembra dire lui.
Il rock’n’roll è morto, penso.
Il rock’n’roll è morto il 16 agosto 1977, il giorno in cui è morto Elvis Presley.
Quindi Elvis è morto.
Ne è passato di sangue sotto i ponti.
Già.
Ma non si era rifugiato su un’isola insieme a Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison?
Sì, ma poi, dopo qualche mese, sono morti tutti.
Cazzo.
Sì.
Come è stato?
Li ha uccisi il caldo. E la fretta.

[da “Dettagli di un sorriso“, 2012, Quarup editore, pagine 54-55]








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