Giorno 24.

La sera del 15 febbraio del 1990 faceva freddo. Sei gradi, non uno di più, non uno di meno. I termosifoni erano già spenti e non c’era più nessuno nell’ufficio, a parte te. Ti sei avvicinato alla finestra e hai guardato verso l’orizzonte. Ti sei soffermato sulle sagome delle navi in rada, sui segnali luminosi che scintillavano in prossimità del porto, sull’avanzata lenta di due colonne di auto in attesa di immettersi su un cavalcavia. Hai avvicinato le labbra al vetro, hai sbuffato lievemente. Poi hai fatto scivolare un dito sullo strato di vapore e hai disegnato un occhio. Un istante dopo lo hai cancellato con la manica della giacca. Sei tornato al centro della stanza e dall’armadio a muro hai preso una piccola valigia in pelle, vi hai infilato un mazzo di giornali, alcuni fascicoli, un paio di buste rosa. Hai indossato l’impermeabile e sei uscito chiudendoti alle spalle la porta. Hai premuto l’interruttore della luce.
Clic.
In quel momento hai sentito un rumore provenire dal pianerottolo di sopra. Una specie di scalpiccio, seguito da un tonfo soffocato. Ti sei irrigidito. Hai stretto il manico della valigetta. Sei rimasto immobile, i sensi dilatati, in attesa di avvertire un altro rumore, o un semplice frusciare di stoffa. Con l’altra mano ti sei frugato nella tasca dell’impermeabile. Ti sei spostato di fianco, lentamente, e hai guardato in alto. Ti è parso di intravvedere un’ombra, poco oltre la tromba delle scale al secondo piano. Non erano passate che poche settimane dall’arrivo di quel giovane, un tipo smilzo, i capelli corti, l’aria schiva, l’identikit dello studente universitario fuori sede. Ma pensavi che fosse un tipo troppo solitario per essere uno studente. Mai una ragazza, mai una visita, mai una serata di musica a volume fastidioso, mai una lamentela dei vicini. Lo avevi incrociato raramente. In un’occasione era capitato che tu gli avessi rivolto un saluto. Ma lui nulla. Lui aveva distolto lo sguardo, s’era stretto nel giubbotto ed era filato via, come se il tuo saluto lo avesse infastidito.
Tump.
Di nuovo un colpo sordo. Stavolta accompagnato da una specie di raschio.
Ti si è bloccato il respiro. Hai deglutito e hai fatto un passo indietro. La luce si è spenta. Hai percepito un vuoto al centro del torace, come se il tuo cuore avesse cessato di battere per qualche secondo e poi avesse ripreso vita, fosse tornato a battere con maggiore intensità, con un ritmo accelerato. Sei rimasto fermo, hai atteso che gli occhi si abituassero all’oscurità. Poi ti sei mosso, con estrema lentezza, senza fare rumore. Nelle orecchie un ronzio, come un suono acquoso e tremolante. Hai poggiato per terra la valigetta. Ti sei avvicinato alla ringhiera. È stato allora che hai scorto nuovamente l’ombra. Un movimento rapido. Fulmineo. Ti sei appiattito al muro, hai allungato il braccio e hai tastato con le dita alla ricerca dell’interruttore della luce. Lo hai premuto con forza.
Clic.
Il pianerottolo si è illuminato. Lui era lì. Sugli scalini. Lo hai riconosciuto subito. Lo hai fissato a lungo. Nonostante l’aspetto arruffato e l’espressione stralunata, non c’era alcun dubbio che si trattasse di Tobia, il gatto del vicino del quarto piano. Tobia ha tirato su la coda e ha detto miao. Ha disceso pigramente un gradino e con un balzo è atterrato a poca distanza dalle tue scarpe. Ha miagolato di nuovo. Dopodiché ha iniziato a strusciarsi sul tessuto dei tuoi calzoni. Ti sei accovacciato sulle ginocchia, lo hai preso tra le braccia e hai lasciato affondare le dita nel pelo, scuro e morbido. Sei rimasto a carezzarlo per un po’, tenendolo per il collo. Stretto per il collo. Ancora più stretto. Quindi hai infilato la mano nella tasca dell’impermeabile e hai estratto un coltello a serramanico. Con il pollice hai fatto scattare la lama.






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2 Responses to Giorno 24

  1. Toni Satta ha detto:

    Non amo i gatti più di tanto ma li rispetto, credo….. che ci saremmo fatti del male se ti incrociavo in quelle scale…..

    • Gianni ha detto:

      Ciao Toni, amo i gatti e li rispetto. I personaggi dei miei racconti – anche se scritti in prima persona – non hanno niente a che fare con me. Comunque glielo dico, al tizio che era sulle scale. Magari vi incrociate e vi spiegate.
      🙂

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