Il cliente ha sempre ragione.

Una volta sono stato una baiadera. 
La storia è un po’ complicata, ma il sugo della vicenda è che facevo parte di un gruppo di ballo latino-americano, il Mocambo Mon Amour. Era un gruppo alla ricerca di gloria, nella sfavillante cornice delle notti romane, nel cuore degli anni sessanta. Il Mocambo era un ensemble così scalcinato che il ballerino più virtuoso, un macedone con un lieve difetto all’anca sinistra, quando si metteva a danzare dava l’impressione di imitare una scimmia zoppa, per giunta alcolizzata. 
A quei tempi avevamo anche un agente teatrale, Philippe Mantovani, un cicisbeo italo-francese regolarmente senza il becco di un quattrino, ma ammanigliato con i boss della malavita locale. Era lui a guidare la truppa, a dettare le misure d’azione. 
Una mattina ha radunato la compagnia in sala prove. Siamo arrivati alla spicciolata e parecchio insonnoliti. Mantovani è venuto subito al sodo. Ha detto che la settimana successiva avremmo avuto l’onore di inaugurare il nuovo Teatro del Quartiere. Con piglio perentorio, ha aggiunto che dovevamo muovere il culo, darci da fare e, soprattutto, sfoderare il meglio del nostro repertorio. Per quella serata, la scelta del nostro coreografo, Augusto Coscioni detto Jimmy, un geologo originario di Frascati, era ricaduta su un balletto in tre atti: “La Bayadère”. Un balletto mortalmente triste, noioso e con un coefficiente di difficoltà decisamente superiore alla media. Per non parlare della trama, lunghissima e intricatissima.
Riassumendo: c’è il Grande Bramino che dichiara il proprio amore alla baiadera Nikia, ma lei lo manda a quel paese. Nikia, infatti, se la intende con un altro, Solor, il quale però deve sposarsi con Gamzatti. Il Rajah impone a Nikia di ballare alla festa di matrimonio dei due. Lei si rifiuta e rinnova ostinatamente le sue offerte d’amore nei confronti di Solor. La situazione è parecchio tesa. Nel parapiglia che ne segue, Nikia è morsa da un serpente. Si tratta di una trappola ordita dalla sposa. Ed è qui che ritorna alla carica il Grande Bramino, il quale promette alla sventurata guarigione e felicità in cambio del suo amore. Ma la baiadera, fedele a Solor, rifiuta. Mentre lei schiatta, il promesso sposo molla l’ambaradan e si rifugia a casa di un amico fachiro. Si fuma un paio di narghilè e precipita nel mondo dei sogni. Quando si risveglia, corre al tempio per chiedere perdono agli dei, ma è troppo tardi. Infatti, gli dei, incazzatissimi, lo puniscono per l’amore tradito, mentre tra tuoni e lampi crollano le pareti del tempio. 
Ecco. Una trama del genere presuppone la partecipazione di ballerine agili, abili e consumate. Di consumato, le baiadere del Mocambo avevano soltanto lo stoicismo con il quale reagivano agli insulti del pubblico. Così, nel finale della rappresentazione, è successo che insieme alla scenografia del tempio è venuto giù anche il teatro. Nel senso che gli spettatori, non tutti fanatici della danza, e sicuramente consci di aver assistito a una recita di livello poco più che parrocchiale (pur avendo pagato un prezzo del biglietto due volte superiore a quello di una finale di Wimbledon) si sono muniti di mazze, asce e bastoni e, in un tempo record di trentaquattro minuti e diciotto secondi, hanno demolito il sessanta per cento delle quinte, degli arredi e delle poltroncine, nonché buona parte delle attrezzature di sala.
È stata la mia prima e unica volta da baiadera. Sei mesi dopo sono diventato docente di psicoacustica all’Università di Vienna. Ma questa è un’altra storia.







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