Niente cefali per i filosofi.

Passeggiavo sul lungomare del porto, davanti alla banchina, quando a un certo punto il mio sguardo è stato attratto da un gran numero di pesci che affioravano sulla superficie del mare, in una zona placida e dal fondale basso e limaccioso. Mi sono affacciato alla balaustra d’acciaio per osservarli meglio. Erano mùggini, si muovevano in branchi, a diverse velocità. Ogni branco sembrava un’entità a sé stante; si spostava come un unico, enorme mùggine. Di tanto in tanto qualche pesce saltava a pelo d’acqua. Altri, invece, uscivano dal gruppo per rintanarsi vicino alle barche ormeggiate o guizzare sotto i pontili galleggianti. Poi, fatto un giro e un altro ancora, si rimettevano in fila riunendosi al branco.
Mentre guardavo incuriosito e mi facevo domande di ogni genere, si è avvicinato un bambino, sciarpa al collo e cuffia di lana in testa, avrà avuto sei, sette anni. Pareva affascinato anche lui da quello strano fenomeno.
– Sono cento – ha detto indicando in modo generico oltre la ringhiera.
– Oh, secondo me sono molti di più – gli ho detto – almeno un migliaio.
Lui ha annuito.
– Sì – ha fatto lui – ma laggiù ce n’è un milione.
– Mi sa di sì – gli ho detto – laggiù, in mare aperto.
Il bambino è rimasto in silenzio per un po’, gli occhi pensosi. Quindi ha detto: – E poi lo sai che cosa succede?
Dal tono di voce ho capito che c’era da attendersi una rivelazione risolutiva, qualcosa di molto simile a una verità sacra e inviolabile.
– No – gli ho detto – non lo so.
– Succede che arriva un pescecane, apre la bocca e se li mangia tutti.

 

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 nella foto, i pesci

 

 

 

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