Un incipit che non sa da che parte andare.

Mi guardo allo specchio. E vedo un altro me. Che sei tu.
Tu che mi osservi, tu che scuoti la testa, tu che mi parli.
Tu che mi dici che anche questa mattina.
Anche questa mattina come ieri mattina, come avantieri mattina, come tre mattine fa.
Tu che mi dici che anche questa mattina sei uscito da casa.
Tu che mi dici che sei uscito da casa alle nove e un quarto, hai preso l’auto, hai guidato come un automa, le vie del centro, i semafori, i capannoni della periferia.
Tu che mi dici che lungo la strada il vento era forte, soffiava da nord, piegava le punte degli alberi, spazzava via le foglie.
Tu che mi dici che quando sei arrivato non c’era nessuno, il parcheggio era vuoto.
Tu che mi dici che anche questa mattina.
Come ieri mattina. Come avantieri mattina. Come tre mattine fa.
Tu che mi dici che anche questa mattina sei rimasto lì, dentro l’abitacolo, le mani strette sul volante, a guardare da dietro il parabrezza il rapido animarsi del piazzale, l’arrivo delle auto, il viavai di uomini e donne.
Sei rimasto immobile, ad ascoltare quel suono di ferraglia smossa, il rumore dei carrelli vuoti trascinati sull’asfalto. Gli sguardi senza pietà della gente. Gli sguardi avidi. Gli sguardi egoisti.
Tu che mi dici che a un certo punto non ce l’hai fatta. Che hai provato, che ce l’hai messa proprio tutta, che hai cercato di resistere, che hai tentato di imprigionarlo, quel pianto che sbocciava in gola.
Tu che mi dici che no, che non ce l’hai proprio fatta. Che hai reclinato il capo. E sei rimasto in silenzio, l’angoscia dentro, il vento fuori, ad ascoltare il vuoto del dolore, i pensieri che non sapevano da che parte stare, da che parte andare, da che parte morire.
E l’immagine di lei. Lei che non sai dove sia. Lei che da quando è scomparsa, come inghiottita dal nulla, in quel piazzale, una sera d’inverno, non sai più dove cercare.

 

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