Viaggi nel tempo.

I miei nonni mi portavano in Toscana, d’estate, quand’ero piccolo. Non sempre. Non tutte le estati. E comunque si faceva a turno coi miei fratelli e i miei cugini. Anche se alcuni dei miei cugini non sono mai andati in Toscana coi miei nonni, vai a sapere perché. Sono quelle cose che un motivo vero e proprio non c’è. E se pure ci fosse, ormai è passato tanto di quel tempo, non avrebbe senso.
Io me lo ricordo come un viaggio infinito, il viaggio verso la Toscana. Era un viaggio che iniziava da Cagliari la mattina molto presto, il giorno della partenza. Anzi, era un viaggio che iniziava parecchi giorni prima. E i preparativi erano lunghi, il giorno della partenza sembrava non arrivare mai.
In Toscana c’erano i parenti di mio nonno, Giovannino, che non è proprio mio nonno, nel senso che il padre di mio padre è un altro, Luigi, ma lui, il mio vero nonno, è morto durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, e io non l’ho mai conosciuto, e il nonno che ho sempre conosciuto, invece, è Giovannino, il secondo marito di mia nonna, che si chiamava Nina. E insomma, io quand’ero piccolo queste cose non è che le sapessi nei dettagli, o se le sapevo non è che ci badassi più di tanto, perché mio nonno, per me, il mio nonno vero, era lui, quello che insieme a mia nonna mi portava in vacanza in Toscana, dai suoi parenti, che alla fine, in un certo senso, erano anche parenti miei.
Il viaggio per arrivare in Toscana era lunghissimo. Poteva durare giorni interi. Intanto c’era da arrivare al porto di Golfo Aranci, che non era mica dietro l’angolo, per noi che venivamo da Cagliari. La strada statale Carlo Felice incrociava decine e decine di paesi, piccoli o grandi che fossero. Li attraversava proprio, non c’era scampo, non c’era alternativa. E un paese sì, un paese no, ci si fermava per salutare qualcuno, un amico, un conoscente, un lontano parente. Non c’era scampo, non c’era alternativa nemmeno alle soste. Mia nonna, che aveva fatto l’ostetrica un po’ ovunque, conosceva un numero spropositato di persone, o perlomeno così pareva.
Esaurite le soste, si arrivava a tarda sera a Golfo Aranci, e si attendeva in banchina l’imbarco nel piroscafo delle Ferrovie dello Stato, destinazione Civitavecchia. Non ho mai dimenticato il mio primo imbarco. Il grande portellone della nave, l’auto fagocitata dal buio, le urla degli addetti alle manovre, il rumore di ferraglia, il frastuono dei motori, e poi l’odore intenso, salmastro, di olio e di metallo.
Era lunghissimo, il viaggio. A bordo del piroscafo, però, non me ne rendevo conto, non pensavo in termini di distanze, pensavo in termini di tempo, come credo accada di pensare a tutti i bambini quando sono in viaggio. Forse perché i bambini hanno più immaginazione, viaggiano a prescindere dal fatto che siano in viaggio.
La Toscana, per me, significava vita di campagna, ché a Nozzano, a due passi da Lucca, il paese di mio nonno, di campagna ce n’era in abbondanza. Boschi e colline, distese verdi, filari di vigneti che si perdevano all’orizzonte. I parenti di mio nonno avevano una fattoria. Ed è lì che mi hanno insegnato a fare cose che, da bambino di città, non avrei potuto imparare altrove.
La vacanza durava più di un mese. Di tanto in tanto si montava in auto e da Lucca si viaggiava su e giù per l’Italia, per andare a trovare altri amici, altri parenti, altri conoscenti, a Pisa, Bologna, Firenze, Treviso, Venezia e sa il cielo quanti altri paesi e città e persone bisognava andare a visitare. Ovunque si andasse, l’accoglienza era sempre la stessa, commovente, dolce e festosa: È arrivata Nina dalla Sardegna! È arrivata Nina dalla Sardegna!







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