Carteggi (11)

Carteggi (11).

Ciao, quanti anni sono passati dall’ultima volta che ci siamo incontrati? Dieci? Nove? Dodici? Non me lo ricordo più. Forse ti sembrerà strano ma ormai la mia memoria è andata. Trovo una difficoltà enorme nel cercare di mettere a fuoco il mio passato. Non tutto il mio passato, s’intende. Alcuni episodi hanno contorni molto vivi e nitidi, come se fossero accaduti ieri. Altri no, mi appaiono incoerenti e confusi, se non addirittura indecifrabili. E comunque, tenere il conto degli anni che sono trascorsi da quell’ultima volta, non credo sia così importante. Nel frattempo ho cambiato mestiere. Faccio il medico. Abusivo, ovviamente. Mi sono ritirato da scuola che avevo sedici anni. Figurarsi l’università. Adesso mi occupo dei malanni degli altri. Non sono un benefattore, vorrei che fosse ben chiaro. A me, degli altri, stanno a cuore soprattutto due cose: i loro soldi e la loro sofferenza. Tutto il resto non è affare che mi riguarda. Sorrido, quando i pazienti mi tendono la mano e mi ringraziano. A volte piangono, mentre mi ringraziano. Io niente. Sorrido. Sorrido sempre, al cospetto della riconoscenza. In genere sorrido a metà. Perché a me, dei miei pazienti, non me ne frega nulla. E perché so che torneranno, prima o poi. Lo so per certo: torneranno. Con le loro ansie, i loro conflitti, i loro problemi. Irrisolti. Quella di oggi è stata una serata intensa. Sei pazienti in quattro ore. Alcune visite erano di routine. Le ultime due sono state di approccio. Due nuovi pazienti, un uomo e una donna. Lei si chiama Arianna, fa l’impiegata in un ufficio statale, ha trentasette anni, le mani piccole e le orecchie a sventola. Appena messo piede nello studio ha voluto un bicchiere d’acqua e una zolletta di zucchero. Quando s’è seduta, ho notato che indossava delle calze di nylon, scure. S’è tirata la gonna sopra le ginocchia, le si era sollevata di un niente. Arianna è orfana dall’età di cinque anni, ha una sorella, di due anni più piccola. Per qualche tempo, prima di essere affidata a due zie, le sorelle del padre, è stata ospite di un istituto minorile. Soffre di emicrania e di altri disturbi che non sono riuscito a identificare. Sostiene di non avere fiducia nel genere umano. Arianna non è mai stata sposata e non ha un compagno abituale. La sua aspirazione, così mi ha confessato, è quella di abitare in una grande città e di avere un cane. Vorrebbe chiamarlo Geppetto, il cane. Le ho prescritto un paio di farmaci e le ho detto di ripassare la settimana prossima. Ha pagato in contanti e prima di andare via mi ha stretto la mano, leggermente sudaticcia. Era l’ultima paziente, per oggi. A fine serata sono rimasto seduto per un po’ a fissare il monitor del computer, spento. Su un post-it giallo ho scritto “emicrania”, tutto minuscolo. Poco più sotto ho aggiunto “arianna & geppetto”, tutto minuscolo. Poi ho appiccicato il post-it sulla scrivania, ho disteso le gambe e ho intrecciato le dita dietro la nuca. Ora che ci ripenso, credo siano passati sette anni e mezzo, quasi otto, dall’ultima volta che ci siamo incontrati. Un incontro insignificante, mi sembra di ricordare. Non è meraviglioso?
Un caro saluto.






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