Dei delitti, delle pene & delle penne

Dei delitti, delle pene & delle penne.

Detto che non simpatizzo per il direttore del quotidiano Il Giornale, né tantomeno per la sua linea editoriale, detto altresì che non solo il direttore ha diffamato ma s’è addirittura rifiutato di pubblicare le dovute rettifiche – nel diritto italiano l’obbligo di rettifica è previsto dalla legge n. 47 del 1948 (art. 8), Legge sulla stampa, e dalla legge n. 69 del 1963 (art. 2), istitutiva dell’Ordine dei giornalisti – detto inoltre che lo stesso direttore avrebbe, secondo la Cassazione, una “spiccata capacità a delinquere”, avendo al suo attivo sette pregresse condanne per diffamazione di cui sei in relazione all’ipotesi prevista dall’art. 57 del codice penale, detto tutto ciò – e taciuto sul mio personale, alto (s)gradimento nei confronti degli scritti e delle opinioni del direttore de Il Giornale – io sono fermamente convinto che la detenzione carceraria di Alessandro Sallusti sia un errore, per almeno due motivi.

Il primo è perché il carcere è una cosa seria. E non mi sembra che il termine serietà sia compatibile con l’operato, o la condotta, dell’imputato in questione.

Il secondo motivo è che il giornalismo italiano non ha alcun bisogno di martiri. Tantomeno di martiri di siffatta specie.
E poi, il giornalismo italiano, i suoi martiri già li ha: sono i disoccupati, i precari, i cassaintegrati, i quasi disoccupati (e prossimi precari).

Ecco.
Se si vuole far qualcosa per il giornalismo italiano, si freni una volta per tutte la prepotenza dilagante e delirante degli editori contro i tanti giornalisti che rischiano il licenziamento, e soprattutto si estendano diritti e tutele contrattuali (leggasi salari dignitosi) alle migliaia di giornalisti precari e sfruttati, che magari vorrebbero pure vedere in carcere i loro direttori, ma per ben altri motivi.

 

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