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Della dittatura dei gasteropodi e dell’acqua potabile (edizione remix)

Della dittatura dei gasteropodi e dell’acqua potabile (edizione remix).

Lasciate che vi racconti di come andò quella volta che Cagliari e la Sardegna rimasero senz’acqua potabile.

Erano i giorni del voto. E per prima cosa decidemmo di boicottare le elezioni. 
Ci organizzammo in gruppi. I più moderati, travestiti da cozze e arselle, entrarono nei seggi e stuprarono le schede marchiando con sangue di ombrina la fronte degli scrutatori. I più agguerriti, armati di lanciafiamme alla bottarga e sacche di cannolicchi al napalm, non esitarono a dare fuoco a interi caseggiati scolastici, lasciando dietro di sé colonne di macerie fumanti e fragranti.
Noi del Comitato Esecutivo Ribelle rubammo un autobus e nella notte ci dirigemmo verso la Villa del Governatore.
Per mantenere alto il morale e, soprattutto, per dilatare le nostre giunzioni neuromuscolari, inalammo a turno da una bomboletta spray un concentrato di alghe sacre, spremuta di totano e sigillante nautico. Le nostre pupille presero a guizzare come murene.
A ridosso della fortezza governativa ci scontrammo con le prime sacche di resistenza. I gendarmi lealisti avanzavano facendosi scudo di abnormi spille propagandistiche raffiguranti l’effigie del Capo. Caddero in un battito di ciglia: li catturammo e li sgozzammo brandendo lunghi gattucci di mare. Il resto della truppa fedele al Governatore sbandò, nemmeno tentò una difesa. Gli aizzammo contro i bocconi di mare della milizia rivoluzionaria, i bocconi più grandi e osceni che avessimo mai visto. Erano stati allevati a ridosso della raffineria e, oltre a essere dotati di gusci sproporzionati, tentacoli massicci e spine aguzze, avevano baffi lunghissimi, scuri e taglienti come coltelli malesi. Straziarono i corpi dei nemici cibandosi delle loro carni, cartilagini comprese.
Guardammo la scena in silenzio, poi riprendemmo il cammino.

Scavalcammo una cancellata e ci ritrovammo nel giardino della Villa. Circolava voce che si trattasse di un luogo popolato da creature orripilanti: il Drago del Piano Casa, il Basilisco della Zona Franca, il Chupacabra della Flotta Sarda, il Mutaforma delle Riforme. Inoltre, tra la vegetazione, sugli alberi dalle foglie lucide e negli anfratti più umidi e fangosi, si diceva vivessero strane forme di vita chiamate Deleghe Assessoriali.
Ci aspettavamo il peggio. Dopo aver vissuto per mesi nel folto della campagna elettorale, dopo aver udito slogan e promesse di ogni tipo, e aver patito l’umiliazione della sete e della città senz’acqua, ormai immaginavamo che ogni cosa fosse possibile, che anche le temute Deleghe Assessoriali non fossero figure leggendarie ma creature reali, dedite alle malvagità più truci. 

La Villa del Governatore stava sulla sommità di una collina, era illuminata a giorno da potenti riflettori e sorvegliata da uno stuolo di armigeri. Costoro avevano fama di essere più insaziabili ed efferati di un’Autorità Portuale. Consultammo la mappa e individuammo il percorso più breve per giungere all’ingresso principale. L’intenzione era quella di sfruttare l’effetto sorpresa. Dopodiché inalammo un altro po’ di spray e ci infilammo nella selva, aprendoci un varco tra nugoli di arbusti ricolmi di delibere, decreti e circolari, infide e fastidiose come sciami di zanzare tigre.
Giunti all’altezza di una quercia secolare, fummo investiti da una nuvola lattescente. Odorava di zolfo e uova marce. All’improvviso, da dietro una roccia, sbucò un’ombra scura e barbuta. Sembrava un gigante di guano e catrame.

Arretrammo impauriti.
Il gigante aprì la bocca ed emise un rutto fragoroso. Dalle narici fuoriuscivano lingue di fuoco; dalle orecchie interiora di tonno. Atterrita, la maggior parte dei nostri compagni fuggì a gambe levate. Fecero poca strada: il mostro li incenerì con una smoccolata lavica.
Avremmo fatto la stessa fine, se non ci avesse soccorso una centuria di bocconi della milizia rivoluzionaria. Brutali come torme di consiglieri regionali affamati di indennità, i bocconi si lanciarono senza indugio contro il gigante. Resistette solo qualche minuto. Il tronco e le gambe si sbriciolarono sotto le scudisciate dei baffi malesi. La testa, invece, fu più tenace. Ma i bocconi la divorarono dall’interno, spuntando infine dalla bocca, come in un giocoso spettacolo pirotecnico.
Guardammo la scena, di nuovo senza parole. Poi riprendemmo la marcia, avanzando con la massima cautela. 

A dispetto delle preoccupazioni, tuttavia, non incontrammo ulteriori ostacoli o pericoli. Così entrammo nella Villa passando direttamente per l’atrio principale. All’interno regnava il silenzio assoluto.
Vagammo prudenti per gli anditi, deserti e spettrali. Stanze vuote. Decine e decine di stanze vuote. Pareti nude. Nemmeno un orpello. Nemmeno un vaso, un quadro. O una scrivania.
Stanze vuote: tutto qui? Era dunque questo il Tempio del Potere? 

Mentre perlustravamo e riflettevamo su questi e altri pensieri, come per incanto si materializzò un portone dalle maniglie d’oro. Lo aprimmo. Introduceva a un salone ampio quanto la sala di un cinema. Le pareti erano nere, un lampadario a goccia pendeva dal soffitto. In fondo al salone, seduto davanti a una scrivania, c’era lui, il Governatore. Era vestito di tutto punto: abito, gilet, camicia bianca, cravatta blu. Sorrideva.
Impugnammo i nostri gattucci di mare e avanzammo con passo fiero e sicuro. Non avevamo un piano prestabilito, se non quello di fare piazza pulita di ogni sconcezza. E, ovviamente, di ridare acqua potabile alla città assetata. L’obiettivo era catturare il Governatore, farlo processare da un tribunale di pescatori e marinai, e quindi offrirlo democraticamente in pasto alla folla inferocita.
Le cose, però, andarono diversamente.

Un boccone della milizia rivoluzionaria, un boccone anarchico e kamikaze imbottito d’esplosivo, si sfilò dal gruppo, si avvicinò al Governatore e si fece saltare in aria.
Fummo scaraventati per terra. E solo parecchi minuti dopo l’esplosione, una volta diradata la coltre di fumo e di polvere da calcinacci, seppure a fatica ci rialzammo.
Del boccone anarchico non erano rimaste che tracce di baffi malesi e granelli di guscio. Del Governatore, o chi per lui, erano rimasti brandelli di tessuto, schegge di legno e briciole di cartapesta.
Fu così che capimmo.
Il Governatore, in realtà, non era mai esistito. Non era mai stato eletto. Non aveva mai governato. Il Governatore era soltanto un fantoccio, una marionetta, un pupazzo. Il Governatore era soltanto un pinocchio. Era l’ologramma delle nostre fobie, delle nostre ansie.
Restammo a guardare, ancora una volta in silenzio. Poi uscimmo, a testa china e con i pensieri unti e accartocciati.
Nel frattempo, fuori le nuvole si erano addensate. Un lampo squarciò il nero del cielo. Iniziò a piovere.

Piovve per sei settimane di fila. 
Poi una mattina di fine marzo rispuntò il sole. E l’acqua tornò potabile. 
Quel giorno mi svegliai e mi venne da pensare che era stato soltanto un sogno, un brutto sogno. 
“Se fosse accaduto davvero, oggi non sarei qui”, dissi tra me e me. 
Accesi la radio e ascoltai i titoli del primo notiziario: “Risolta la crisi. Dopo un lungo periodo di instabilità politica, il Comandante dei Bocconi Rivoluzionari è stato nominato Governatore”.








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