La birra & il cioccolato.

Questa è una cosa che ho letto ieri sera all’Ex Art di Cagliari durante una serata di beneficenza, organizzata dall’Associazione Okra, alla quale hanno preso parte artisti, lettori e attori della Compagnia Batisfera, di Ferai Teatro, Taglia 40 e di Naturarte.
Il titolo dell’iniziativa era “Birra ♥ Cioccolato“.
Il testo è stato scritto appositamente per la serata.
L’ho intitolato “La birra & il cioccolato” ma avrei potuto anche intitolarlo “La mano del tempo è una setola fuligginosa“.

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La birra & il cioccolato.

Io, all’inizio, di questa serata, non avevo capito nulla.
Non avevo capito nulla perché avevo letto un messaggio di Tiziana che mi invitava a partecipare a questo evento. Ma l’avevo letto di fretta, il messaggio, senza metterci la dovuta attenzione. Anziché concentrarmi sul contenuto del messaggio m’ero concentrato sulla data: 21 novembre. Ché quando Tiziana m’ha mandato il messaggio era ancora ottobre e quando ho letto 21 novembre ho pensato: ecco, devo segnarmi la data, devo segnarla da qualche parte.
Ma non è questo il punto. Io, poi, la data me la sono segnata.
Il punto è che quando ho letto il messaggio di Tiziana ero distratto. Tant’è che qualche settimana fa, dopo aver segnato la data di oggi sul calendario, mentre ripensavo al messaggio di Tiziana, mi sono detto: Com’era il tema della serata? Una Birra Al Cioccolato?
Una Birra Al Cioccolato è un bel tema, mi sono detto. Un tema fuori dagli schemi, senza ombra di dubbio, ché non essendo un vero esperto di birre mi sono detto: ah, però, hanno inventato la birra al cioccolato, e non ne sapevo niente.
Non mi sono stupito. In genere le novità mi sfuggono. Per esempio, i gelati: le poche volte che vado in gelateria trovo dei gusti che non saprei se siano gusti da gelato. Gelato al rosmarino, gelato al basilico, gelato all’aglio, gelato al fegato di merluzzo, gelato al bacon e olive, gelato alle locuste.
Io sono fermo alle trasgressioni di una volta: il gelato al puffo, per esempio. È un’invenzione degli anni ’80. Credo che all’epoca fosse un gelato trasgressivo.
E comunque sia, a me piacciono queste cose, io sono contento. Mi sento un progressista. Un progressista trasgressivo. Io farei anche i gelati ai funghi, alle cozze, alle seppie, alle arselle, ai wurstel, al maialetto arrosto.
Per esempio, mi piace che esistano cose come la pizza alla nutella – che io però non ho mai mangiato – o come la pizza al kiwi e alla maionese, o la pizza alle seadas.
Questo per dire che La Birra Al Cioccolato per me era un argomento come tanti altri. Esiste pure, la birra al cioccolato – così ho letto – ma non si tratta di una birra al cioccolato. È una birra sì, ma non proprio al cioccolato. È un prodotto che pare piaccia molto alle donne. Così come la birra alla fragola.
E insomma.
Io mi stavo preparando mentalmente a qualcosa che avesse a che fare con la birra al cioccolato, un tema assai intrigante ma, come dire, molto ma molto specifico. Anche troppo. Ché mi sono detto: ma è possibile che non esista un libro, un testo, una poesia, una canzone, qualcosa che abbia a che fare con la birra al cioccolato?
Poi, per fortuna, ho pensato di andare a rileggere il messaggio di Tiziana, e a momenti mi davo due martellate in testa, ché sulla questione della birra al cioccolato ci avevo speso un sacco di tempo e di idee, inutilmente.
Ecco, premesso ciò.
Il cioccolato mi piace. Ma insomma. Diciamo che mi piace ma ne mangio poco. Molto poco. Qualche ovetto a pasqua. Una barretta ogni tanto. Perlopiù cioccolato fondente, quello amaro. Oppure quello al latte, bianco bianco bianco. Ma poco.
La birra, invece, è un’altra cosa.
Io la prima volta che mi sono ubriacato, mi sono ubriacato con la birra. Mi sono ubriacato per amore, diciamo così. Ma non mi sono ubriacato dopo una delusione amorosa. No. Io mi sono ubriacato prima che arrivasse, la delusione amorosa.
Frequentavo il liceo, classe seconda, sezione B.
Ero innamorato di una ragazza, classe seconda sezione C.
E insomma, si sa come vanno queste cose al liceo. Come andavano, ché oggi è tutto diverso a quanto pare. Mica era così facile, il contatto tra maschi e femmine, quando ero giovane io. O forse era molto facile anche all’epoca, ma di sicuro non per me.
E comunque.
Una sera organizzammo una pizzata al Cavalluccio Marino, che a quei tempi era un po’ come andare molto lontano. E alla pizzata invitammo anche maschi e femmine della sezione C.
Si chiamava Nuvoletta, la ragazza per la quale batteva forte il mio cuore. Ero innamorato di lei. Una ragazza come tante. Mica bellissima o chissà cosa. Una ragazza normale. Ma dolce.
Dolce come una birra al cioccolato.
La sera della pizzata ero molto emozionato. Anche troppo.
Per l’occasione indossai dei jeans nuovi, i Wrangler più belli che avessi mai indossato. Mi versai addosso del profumo. Non era nemmeno profumo. Era acqua Velva, un dopobarba che andava molto di moda a quei tempi.
I capelli, invece, odoravano di mele verdi. Li avevo, a quei tempi, i capelli. Molti capelli, tra l’altro. Poi li ho dovuti dare. Li ho dovuti vendere per pagarmi l’università.
I capelli odoravano di mele verdi perché a quei tempi si usava lo shampoo Campus. Non so esista ancora. Lo shampoo campus aveva un profumo da sballo. Mele verdi. Un mio amico una volta aveva persino cercato di berselo.
A ogni modo, quando giunsi in pizzeria Nuvoletta era già lì. Mi avvicinai, le diedi un bacio sulla guancia, le offrii un sorriso, che lei ricambiò. Belle emozioni.
Ci sedemmo. Era una tavolata enorme. Molto chiassosa, come tutte le tavolate dei liceali. Mi sistemai a poca distanza da Nuvoletta, di fronte a lei.
Arrivò un cameriere, ordinammo da mangiare e da bere. Le bottiglie di birra si materializzarono in un istante. Ichnusa da 66.
Riempii il bicchiere sino all’orlo e buttai giù un sorso da primatista. Non ero un bevitore. Tutt’altro. Non ero un bevitore e avevo soltanto una vaga percezione di cosa volesse dire bere a stomaco vuoto.
Tuttavia, davanti a me c’era Nuvoletta, e non era lo stomaco a essere in subbuglio. Era il cuore.
Iniziai a parlarle fitto, a farle domande, a raccontarle di me. E lei uguale. Mi parlava fitto, faceva domande, mi raccontava di sé.
Mi sembrava un sogno.
“Oh, cazzo, lei ci sta”, pensai. Lei ci sta!
Lei mi parlava, io bevevo. E mentre lei parlava e io la guardavo, immaginavo di abbracciarla, di sentire il profumo del suo collo, immaginavo di baciarla. Immaginavo che saremmo stati una coppia straordinaria. Immaginavo che saremmo usciti la sera, al tramonto, e avremmo camminato spalla a spalla, mano nella mano, cuore nel cuore, labbra sulle labbra.
Ero un romanticone, a quei tempi.
Sentivo la musica dentro la testa, suoni celestiali: sentivo la musica dell’amore.
Intanto delle pizze neanche l’ombra.
Lei mi parlava, io bevevo. Io le parlavo, lei mi ascoltava, io bevevo. Lei mi parlava, io l’ascoltavo, lei ascoltava, io bevevo.
Andò così per non so quanto. Finché non arrivò il cameriere con le pizze: il ritorno alla realtà.
In quel preciso istante mi resi conto che c’era qualcosa che non andava. C’era qualcosa che non andava in me. Mi bastò distogliere lo sguardo dagli occhi di Nuvoletta, osservare il resto della tavolata, per sentirmi trascinato in un vortice di pensieri e di immagini che correvano veloci, troppo veloci, velocissime. Di colpo la realtà era una cosa molto strana, difficile da gestire. La realtà era come sottosopra, galleggiava. E io con lei.
Ero ubriaco. Gonfio di euforia che scorreva sottopelle.
Nemmeno mi passò per la testa l’idea di mangiare, di mettere nello stomaco un trancio di pizza. Niente. Presi a parlare a voce alta, a dire baggianate strane, spiritose, divertenti.
Erano divertenti soltanto per me. In realtà erano cose ridicole, stupide. Non facevano ridere nessuno. Non tutti gli ubriachi sono divertenti.
Nuvoletta prese a guardarmi storto.
La fissai. Mi sembrava strana anche lei. Galleggiava.
Lei mi guardò ancora più storto, sconcertata. Aveva smesso di ridere.

Poi QUI c’è una specie di buco nei ricordi.

L’unica cosa certa è che di colpo mi ritrovai ai ghignòsperi del Poetto (sull’etimologia del termine ghignòsperi, mi dispiace, non sono preparato, non so proprio che cosa significhi, per noi ghignòsperi voleva dire più o meno “il gioco dei marzianetti al bar”).
Insomma, a un certo punto mi ritrovai lì, ai ghignòsperi, con una bottiglia di birra in mano e un sorriso da cretino.
La realtà era sempre più instabile. I piedi sembravano affondare in una specie di palude, camminavo a zigzag, ma io non lo sapevo.
Notai un gruppetto di persone in una specie di recinto. Mi avvicinai. C’erano tre o quattro ragazzi della mia classe che si stavano cimentando nel punching ball, quel gioco delle giostre in cui all’epoca, ma forse anche oggi, i ragazzi pensano di poter misurare la propria mascolinità.
Intorno ai tre, a fare il tifo e a urlare, c’erano decine di altri ragazzi e ragazze. Intravidi il viso di Nuvoletta.
La guardai. Guardai il punching ball. Vidi la palla di cuoio a forma di pera che pendeva in attesa di essere colpita. Guardai di nuovo Nuvoletta.
Ebbi un’illuminazione.
Gettai la bottiglia, mi lanciai di corsa verso il gruppo.
Ora vi faccio vedere io chi è il più forteee!, urlai.
Agitai il pugno, arrivai a ridosso della palla che penzolava, chiusi gli occhi e, caricando il destro con tutto il corpo, sferrai un dritto, violento, rabbioso, furioso. Avevo caricato con tanta di quella foga che un istante dopo aver colpito mi ritrovai per terra.
Mi sollevai, sentivo un dolore fortissimo alla mano, mi faceva male il braccio. Cazzo, pensai, ho tirato un dritto che nemmeno Monzon.
Sorrisi, mi guardai intorno. C’era un mucchio di gente che mi stava osservando in silenzio, sbigottita, imbarazzata.
Il pallone a forma di pera era ancora lì, penzolante, non s’era mosso di un centimetro. Di lato al punching ball, invece, c’era Fausto che giaceva a terra.
Ecco: avevo mancato in pieno il punching ball. Però avevo buttato giù Fausto, il mio compagno di banco. Lo avevo proprio centrato in pieno. Un K.O. d’altri tempi.
Fausto, gli dissi. Oh, mah, eh che cazzo. Tutto bene?

E QUI c’è un altro grande buco nella memoria.

Ricordo solo che mi ritrovai sul pullman, sul P, di rientro verso casa. Insieme a me c’era Fausto.
Fausto aveva un occhio nero, e una specie di macchia viola sulla guancia. Io e Fausto abitavamo nello stesso quartiere, le nostre case distavano duecento metri l’una dall’altra.
Fausto s’era rialzato quasi subito, gli avevano messo del ghiaccio sull’occhio, qualcuno aveva anche suggerito di andare al pronto soccorso ma Fausto aveva detto di no, che non ce n’era bisogno.
Poi, pian piano, ai ghignòsperi s’era fatto il deserto, il fuggi fuggi. Dopo aver colpito Fausto – mi dissero poi – avevo pisciato dietro l’autoscontro e poi m’ero buttato su una panchina, una smorfia ebete sul viso, come un incapace senza il controllo delle proprie azioni.
Fausto, nonostante tutto, s’era offerto di riaccompagnarmi a casa. Mi aveva preso sottobraccio e passo dopo passo avevamo raggiunto la fermata dell’autobus.
Sul pullman provai ad attaccare briga con della gente. Se non fosse stato per Fausto mi avrebbero preso a legnate. Lui si metteva fra me e loro. Diceva: non dategli retta, è ubriaco.
Io non ero ubriaco. Ero infinitamente oltre lo stato di ubriachezza.
Arrivati in piazza Repubblica, infatti, mi convinsi di essere una rana. Feci tutta via Alghero a saltelli.
Mi rannicchiavo sulle ginocchia, saltavo, e dopo ogni salto urlavo: Crah! Crah! Crah!
Fausto mi lasciò sotto casa, dopo avermi aiutato a trovare le chiavi del portoncino e dell’ingresso. Erano le due del mattino.
Di più non posso fare, mi disse, buonanotte.
Io gli risposi: Sai una cosa? Vuoi sapere una cosa? Il mondo appartiene alle rane. Alle rane! Crah!
In qualche modo riuscii ad aprire la porta di casa. Entrai e la prima cosa che feci fu chiudermi in bagno, dove abbracciai la tazza del cesso. E lì rimasi per almeno un’ora.
Mi ero appena infilato sotto le coperte quando apparve mia madre. Il baccano l’aveva svegliata. Si avvicinò in punta di piedi e mi chiese: figlio mio, tutto bene?
Sì mamma tutto bene, risposi, accompagnando le parole con un solenne e rotondo rutto.

Il giorno dopo era sabato, ma non andai a scuola. La mattina dormii sino a tardi. Un mal di testa.
Di pomeriggio chiamai Fausto al telefono. Trovai le parole per chiedergli scusa, gli domandai dell’occhio e tutto il resto. Lui ci rise anche sopra. Fausto non era tipo da portare rancore.
Il lunedì successivo, invece, ci andai, a scuola. Avevo un unico pensiero: farmi perdonare da Nuvoletta.
Durante la ricreazione la incrociai nell’andito.
Le dissi che non sapevo, non so cosa mi avesse preso, che ero mortificato, che una cosa del genere non m’era mai capitata.
Lei mi rincuorò, fece proprio un bel sorriso, di quelli che ti fanno star bene, perché in tutto quel tempo avevo pensato che lei non mi avrebbe nemmeno più salutato. Invece mi disse che tutto sommato era stata una serata divertente. Anche divertente, precisò.
Mentre parlava io mi scioglievo.
Ora le chiedo se stasera vuole uscire con me, pensai. Sì, ora glielo chiedo. Io e lei. Una passeggiata verso il porto. Io e lei. Sì, ora glielo chiedo.
E in quel preciso istante apparve Fausto.
In una sequenza di movimenti, sfumature e dettagli che anche a ripensarci oggi mi sembra infinita, come un film al rallentatore, lui si avvicinò a Nuvoletta, la prese per mano e la baciò sulle labbra.
Lei gli gettò le braccia al collo e in un soffio di voce gli disse: ciao amore, come va?
Ecco. Ci rimasi. Ci rimasi proprio.
Loro mi salutarono, si voltarono e s’incamminarono verso il cortile.
Li guardai allontanarsi. Li guardai e basta.

La sera mi rinchiusi in camera, mi sdraiai sul letto, al buio. Misi su un quarantacinque giri di Bob Dylan, e rimasi non so quante ore ad ascoltare la canzone incisa sul lato A. Sempre e solo la stessa canzone: Just Like A Woman.
Pensai che tutto sommato se l’era meritato, Fausto, quel cazzotto sull’occhio.

 

 

 

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