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Forse non sarà così

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Forse non sarà così.

Non sarà come una lunga estate gialla, non sarà nemmeno come un piccolo granello di senape. Non so esattamente come sarà. Non è poi così strano. Nessuno sa mai esattamente niente. Se pure sa, non se ne va in giro a raccontarlo. Magari salirò in macchina e andrò da qualche parte, metterò il braccio fuori dal finestrino e schiaffeggerò l’aria parlottando tra me e me.
Non sarà come l’erba del riposo, non sarà nemmeno una giornata a metà. Mi fermerò a guardare il fiume che scorre, i manichini di rame distesi sulle sponde dei desideri. Mi sorprenderò a evocare i passaggi intricati e sgocciolanti della felicità.
Non sarà come una poesia impolverata di cipria. Non sarà nemmeno come cercare di assumere il punto di vista di qualcuno. Non sarà niente di tutto ciò. Forse metterò su un disco, uno di quei dischi in vinile che sanno di buono,  che profumano di mistero. Sì, metterò su un disco e ascolterò qualche canzone. Come diceva Johnny Cash: “Se sento una canzone che mi piace, ci dormo insieme, ci vivo insieme, e mi sveglio con lei. Non importa di chi sia”. Ecco, oggi forse sarà così. O forse no.

 

 

la strada

 

 

Guardo le nuvole lassù

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Guardo le nuvole lassù.

Passi che l’altra mattina al chiosco della quinta volevo comprare un cucciolone ma non avevano il QR code e nemmeno accettavano la PayPal, passi che a Malfatano sono sceso venti metri con le bombole a pescare orate e lì sotto non c’era il wi-fi gratis, ma che in ristorante mi portino a tavola i nuraghi del giorno prima, no, questa proprio no. Quando è troppo è troppo: Sardegna, insieme a te non ci sto più.

 

 
beach

 

 

 

Senza una canzone (3)

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Senza una canzone (3).

Era il sedici agosto, o forse il diciassette, e avevo quindici anni. Mi trovavo in vacanza al mare con i miei parenti. Ero un ragazzino smilzo, una specie di selvaggio romantico con la pelle bruciata dal sole e lo sguardo candido che hanno tutti i quindicenni che sognano di diventare una rockstar. L’estate scorreva pigra, calda e senza particolari sussulti, a parte i sussulti del mio cuore che batteva per una ragazza dolce e carina, una ragazza che portava i capelli corti e amava leggere libri gialli e d’avventura. A un certo punto, credo fosse già pomeriggio, arrivò la notizia. E non lo so. Io ho un ricordo nitido di quel momento. Avevo con me una radio a transistor, di quelle piccole radio portatili. Ascoltavo un programma di musica leggera e me ne stavo seduto nei pressi di una staccionata, su una collinetta davanti al mare. Guardavo la linea dell’orizzonte e immaginavo. Immaginavo tutto ciò che può immaginare un quindicenne innamorato del rock’n’roll e di una ragazza dolce, carina, e amante di libri gialli e d’avventura. Il vento caldo soffiava da sud, trascinava il profumo della macchia. Scrutavo in lontananza, ascoltavo la radio e sognavo a occhi aperti. Quando a un certo punto.
A un certo punto la radio disse che Elvis Presley era morto.
Elvis Presley. Morto. A Memphis, negli Stati Uniti.
Ascoltai la notizia, poi spensi la radio e rimasi per un po’ a rimuginare. Mi sentivo strano, inquieto, nervoso. Impaziente di fare qualcosa, ma non sapevo cosa. Così mi alzai, mi portai una mano alla fronte per ripararmi dal sole e guardai in basso. Un istante dopo mi misi a correre, giù dalla collinetta, più veloce che potevo, ancora più veloce, il cuore in gola, schivando rovi e fronde di lentisco, più veloce che potevo, ancora più veloce, come spinto da una forza che mi sollevava da terra e mi portava via. Finché non giunsi in spiaggia e mi gettai esausto e sudato sulla sabbia rovente. Tenni gli occhi chiusi per non so quanto.
Quando li riaprii la ragazza carina e dolce con i capelli corti era lì, di fronte a me. Mi guardava dall’alto in basso e aveva uno sguardo perplesso.
– Tutto bene? – mi chiese.
– Tutto bene – risposi scrollandomi la sabbia di dosso.
Lei allora sorrise.
– Facciamo il bagno? – domandò.
La guardai. Aveva un sorriso contagioso.
– Perché no? – dissi.
E in un batter di ciglia ci lanciammo tra le onde.

 

 

ELVIS PRESLEY

 

 

Nero su bianco

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Nero su bianco.

L’altra sera sono andato a fare una passeggiata con Oscar, un mio amico ragioniere che ha letto tutti i miei libri, che non sono molti comunque, che ha letto tutti i miei racconti, che non sono molti comunque, che legge tutto ciò che scrivo, che non è molto comunque, che quando gli parlo mi ascolta con molta, anche troppa attenzione, mi sembra, che fa dei ragionamenti critici e sempre molto pertinenti sulle cose che scrivo e secondo lui dovrei scrivere un libro di poesie surrealiste, anzi un libro di canzoni dadaiste non cantabili, che non gli ho mai chiesto che cosa intenda per canzoni dadaiste non cantabili, e prima o poi glielo chiederò, anche se un’idea me lo sono fatta comunque. A un certo punto, mentre camminavamo senza aver fissato una meta precisa, abbiamo incontrato una sua amica, una tizia vestita di bianco, i pantaloni bianchi, la maglietta bianca, anche le scarpe erano bianche. Oscar me l’ha presentata, lei ha detto “Piacere, Renata”, io le ho detto “Piacere, Gianni”. Poi si sono messi a parlare di bilanci, contabilità e questioni fiscali, per cui ne ho dedotto che anche Renata fosse una ragioniera. Sono rimasti più di venti minuti a parlare di fatture, sistemi di costo e centri di spesa, e siccome di conti e bilanci non ne capisco nulla me ne sono stato zitto. Poi lui ha cambiato argomento e le ha chiesto se avesse mai letto un mio libro e lei ha detto che non sapeva chi fossi. Allora Oscar le ha detto che scrivo e le ha consigliato di leggere le cose che scrivo. Lei ha fatto una faccia non saprei dire come e ha detto che avrebbe letto qualcosa, prima o poi, anzi avrebbe fatto una full immersion nelle cose che scrivo. L’ha detto due volte, full immersion. Allora mi sono depresso. All’inizio mi sono depresso molto. Poi però la depressione mi ha passata. Così ho preso dalla tasca della giacca un pennarello e ho cominciato a fare delle righe nere sulla maglietta bianca dell’amica di Oscar e anche sui pantaloni bianchi. Mi dispiace che sia andata via di fretta prima che riuscissi a farle delle righe nere anche sulle scarpe.

 

 

rubinetto

 

 

 

 

 

Fammici pensare

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Fammici pensare.

– Quindi scrivi?
– Sì, diciamo di sì, scrivo.
– Sei un giornalista?
– Una cosa del genere.
– Che significa?
– Significa una cosa del genere.
– Allora sei uno scrittore?
– No. Non sono uno scrittore.
– Beh, ma mi hai detto che scrivi.
– Sì.
– Quindi devi essere per forza uno scrittore.
– Non faccio quasi nulla per forza.
– Hai pubblicato libri?
– Sì.
– Ah, però. Rizzoli?
– In che senso?
– L’editore, dico. Hai pubblicato con Rizzoli.
– No, no.
– Mondadori?
– No.
– Bompiani?
– No.
– Feltrinelli?
– No.
– Garzanti?
– No.
– Allora non sei uno scrittore.
– Una cosa del genere.
– Non sei nemmeno un giornalista.
– Una cosa del genere.
– Quindi sei soltanto una cosa del genere.
– Aspetta, fammici pensare.
– A che cosa?
– A una cosa del genere.
uovouovo

 

 

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