Cose che ho pensato (ventitré).

131.
Una volta ho pensato di essere uno smartphone. Poi Arturo si è sdraiato sul divano e mi ha detto “Più che un telefonino di ultima generazione mi sembri uno di quei vecchi apparecchi della SIP, grigi e con la ghiera”. Che tra l’altro non so neppure se si chiami ghiera, quel disco che bisognava far ruotare dopo aver infilato il dito nei buchi dei numeri da comporre.

132.
Una volta ho pensato di essere uno starnuto. Uno starnuto ha vita breve. Nasce già morto, per dire.

133.
Una volta ho pensato di essere una penna stilografica. Ero una penna d’argento, un regalo di laurea finito quasi subito dentro un cassetto. Qui ero rimasta per qualche anno insieme a un mazzo di cartoline vecchie, un orologio guasto, un tubetto di crema per le mani e una boccetta di profumo al gelsomino. Poi, all’improvviso, una mattina qualcuno mi aveva estratta dalla custodia, mi aveva riempita d’inchiostro nero e su un cartoncino bianco aveva scritto

PROVA PROVA PROVA
BELLA PENNA BELLA
| – | – | – | – | – | – |
STILO STILO STILO
CIAO CIAO
cIaO

Dopodiché ero finita di nuovo nel cassetto. Per di più senza custodia.

134.
Una volta ho pensato di essere il cugino di Arturo, Manlio, che una notte gli aveva rubato cento euro dal portafogli per andare a puttane. Arturo l’aveva scoperto soltanto il mattino dopo. Non l’avevo mai visto così incazzato. Si rifiutava di credere che suo cugino gli avesse soffiato sotto il naso cento euro in un colpo solo, per andare a puttane per giunta. Aveva iniziato a tirar giù grappoli di santi e di madonne. A un certo punto aveva preso il telecomando del televisore e l’aveva lanciato dalla finestra. Quella volta lì mi ero divertito un sacco.

135.
Una volta ho pensato di essere un paio di mutande. E non è stato un bel pensiero, devo ammetterlo.

 

 

rolling keef

nella foto, non è Manlio

 

 

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