Di luci e di altre cose.

È quasi l’imbrunire. Molte voci ripetute dall’esterno. Voci di donne e di bambini che si mescolano a quelle del muezzin. L’invito alla preghiera sembra una chiamata alla rivolta. Sento rumori di animali e di catene. Il calpestio debole sui ciottoli. Sollevo lo sguardo. Sono sdraiato di lato su un pagliericcio di iuta e cartone. Provo una sensazione di nausea. Mi sento affaticato. Come se fossi reduce da una camminata di ore e ore lungo mulattiere e percorsi inaccessibili.
Mi sollevo. Prima seduto, poi in piedi. Mi scrollo di dosso piccoli pezzi di carta simili a coriandoli, sembrano scarti di imballaggio. Mi guardo attorno. La stanza è piccola e vuota. Non riconosco il posto. Non saprei dire con esattezza per quale ragione mi trovo lì né da quanto tempo. Le imposte in legno rosso della finestra sono leggermente accostate. Le apro. I tetti delle case sono bassi. In lontananza, poco oltre il fiume, c’è il minareto della moschea. Svetta tra costruzioni torreggianti e vecchie baracche.
Mi infilo una giacca di lino, esco e mi dirigo verso nord. Percorro un viale, lungo e spoglio, costeggiato da un muro alto. I marciapiedi sono ricoperti di foglie. Ma non c’è un solo albero, e così mi chiedo da dove arrivino quelle foglie. Continuo a camminare. Oltrepasso un ponte di ferro e cemento. Il fiume in basso scorre lento. Sembra fermo ma so che è una pura illusione. Il fiume si muove. Oltre il corso d’acqua c’è il mercato. Ci sono tende sistemate in uno ampio spiazzo disseminato di pietre e polvere. L’aroma delle spezie si mischia agli odori della carne cruda, della frutta e della spazzatura raccolta in cassoni di metallo dai bordi arrugginiti.
Il mercato mi fa paura. Non so perché. Ma ci sono già stato e so che è un posto molto pericoloso. Ho paura e accelero il passo. Mi tergo il sudore sulla fronte, guardo davanti e dietro, non mi sento affatto tranquillo. Occhi che mi scrutano, voci che mi inseguono, spostamenti d’aria che mi fanno trasalire. Una donna urla e si dispera. È in ginocchio, un velo nero le fascia il capo. È circondata da diversi uomini che la guardano in silenzio. Si voltano e guardano me. La donna urla il mio nome nel frastuono dei mercanti di stoffe e legumi. Devo fare presto. È una delle poche cose che so. Corro.
Svolto in un dedalo di viuzze buie. Le finestre delle case sono chiuse. Le porte sono verniciate di bianco. Strade strette e lunghe. Si snodano su una pendenza che mi toglie il fiato. Salgo ancora. Respiro a pieni polmoni ma l’aria sa di cadaveri purulenti. Salgo sempre più in alto. Mi lascio alle spalle la periferia della città. Mi inerpico su una collina. Arrivo in cima. Da lassù osservo il lembo occidentale dell’abitato, un tappeto di luci soffuse, gialle e cremisi.
L’oscurità mi sovrasta. Su una spianata cinerea scorgo i resti di un tempio. Vecchie colonne che sorreggono il nulla, enormi massi squadrati che sembrano sistemati alla rinfusa, come tanti dadi piovuti dal cielo. Alzo gli occhi, provo a immaginare quando, come e a quale degli Dei gli uomini consacrarono questa distesa di rocce. Allargo le braccia, con le palme delle mani rivolte al buio, in posizione sacrificale. E allora comincio a girare. Dapprima lentamente, poi sempre più veloce, sempre più veloce, sempre più veloce. Sino a confondermi, sino a eccitarmi, sino a stordirmi, sino a perdere i sensi e volare, volare, volare.
Volo sui pascoli e sulle alture, sui ricoveri del bestiame, sui pastori che vegliano, sulle abitazioni della pianura, sui recinti degli asili, sulle cupole delle chiese, sulle cime isolate e sugli scogli nel mare. Plano sui campi, sulle onde, sui caseggiati d’argilla, sui terreni brulli, sul fuoco degli accampamenti e sui riverberi delle tempeste di sabbia. Plano dolcemente. Un’aquila che si lascia sospingere dal soffio del grecale. Dalla corrente di un fiume. Dall’ebbrezza di una notte senza stelle. Dallo scoppio di un sole che muore. Verso la luce improvvisa. Bianca. Accecante.

Mi svegliai di colpo.

[Prestami una vita, 2008, edizioni Rebus, pag. 155-158]









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