La Parola.

Lo scorso maggio ho avuto il piacere e l’onore di partecipare al IV Festival Internazionale di Poesia “Parola nel Mondo”, organizzato a Cagliari dall’Università, dalla Associazione Aula 39 e da Unicaradio Live.
Dal 2007,  la manifestazione, completamente autogestita e libera, coinvolge decine di paesi, centinaia di città, migliaia di azioni poetiche integrate.
Mi ero preparato un discorso, una specie di relazione. Poi, una volta lì, davanti al microfono, ho buttato via il discorso e ho letto un mio racconto, una cosa inedita. Che è anche piaciuta, credo.
Ma a me non dispiaceva nemmeno il discorso, la relazione.
L’ho ritrovata mentre mettevo in ordine appunti e altre cose. E ho deciso di pubblicarla qui.
Si intitola “La Parola”.

La Parola.

Quanti minuti ho a disposizione? Dieci? Quindici? Non si sa?
Vabbe’, fa niente. Quasi quasi, inizio.
Mi sono scritto l’intervento perché se vado a braccio finisce che mi dilungo, e magari sono costretto a tagliare, oppure mi dimentico di dire le cose più importanti. Anche se qui, oggi, l’unica cosa davvero importante è la parola.

Premetto che non avevo idee precise, su come sviluppare l’intervento.
Mi spiego.

Una prima idea era quella di starmene zitto per cinque minuti di fila. Scena muta. Io che guardavo voi, voi che guardavate me, io che guardavo me, voi che guardavate voi: in silenzio, proprio senza dire nulla. Ma ho avuto paura. Mi avreste accusato di plagio.
L’ha già fatto John Cage, avreste detto.
Sì, ma lui era un compositore, avrei ribattuto io.

A ogni modo.

John Cage aveva un’ossessione per il silenzio. Lui voleva raggiungere il silenzio totale e assoluto durante le sue esecuzioni. Si era ovviamente rassegnato al fatto di non poter raggiungere questo stato durante i concerti pubblici.
Allora – così dicono i suoi biografi – decise di provare durante le registrazioni in studio. Ma niente. Fece persino licenziare decine di tecnici, a suo dire incapaci di registrare il silenzio assoluto.
Perciò tentò un’altra strada. Nel 1951 si fece rinchiudere nella camera anecoica. Una camera anecoica è un ambiente strutturato in modo da ridurre il più possibile la riflessione di segnali acustici sulle pareti. Il termine anecoico significa infatti “privo di eco”. L’ho scoperta da poco, questa cosa.

Tornando a John Cage, lui stava per dare il via alla registrazione del “silenzio” quando si accorse della presenza di un rumore. Anzi, di due rumori, due suoni: uno acuto e uno grave.
Visibilmente infuriato, Cage chiamò il tecnico e gli chiese spiegazioni. La risposta fu lapidaria: “il suono acuto è dovuto all’attività del suo sistema nervoso e quello grave alla sua circolazione sanguigna. Ci faccia sapere se vuole che li facciamo cessare”.
Dicono che John Cage ebbe bisogno di anni di terapia per poter accettare quella nuova consapevolezza. Alla fine della cura compose 4’33”, la composizione per orchestra che dura appunto quattro minuti e trentatre secondi.
4’33” di silenzio.

Questo per dire che a me sembra davvero una cosa eccezionale, forse anche un po’ paradossale, ma non troppo paradossale, parlare di silenzio, ai giorni nostri.
Parlare di silenzio dentro questo universo tecnologico nel quale viviamo, un universo nel quale non facciamo altro che comunicare: sms, mail, post, tweet. Siamo individui in costante, perenne connessione. Tutti assieme.
Tutti assieme, sì, ma ciascuno dentro la sua bolla, connessi a tastiere, smartphone e touch screen. In silenzio. Nel silenzio delle nostre connessioni, in contatto con tante persone, ma tenute a una certa distanza, lontane da noi. Perché sappiamo che un conto è la conversazione on line, un altro è la connessione reale.

A ogni modo.

La prima idea che mi era frullata in testa, per affrontare il tema “la parola”, era proprio questa: eseguire una cover di John Cage. Per riflettere sull’illusione di un mondo senza suoni, senza rumori, senza – appunto – parole.
Poi invece ho deciso di lasciar perdere. Troppo complicato. Io so stare quattro minuti e mezzo in silenzio – anche di più, credo – ma soltanto in determinate circostanze. Stasera non ce la potrei mai fare. Non mi sono preparato abbastanza.

(qui bevo un sorso d’acqua, giusto per darmi un tono)

Un’altra idea era quella di raccontarvi di come noi giornalisti siamo incapaci di raccontare la realtà. Non sempre. A volte. E non tutti i giornalisti, ovviamente. Ma alcuni sono davvero maestri.
Noi, spesso e volentieri, riusciamo a dire e a scrivere cose assolutamente ridicole, a prescindere dagli argomenti e dagli orientamenti politici (quelli non c’entrano).
C’entra la parola, invece. La parola usata a sproposito, usata senza gusto, la parola distorta, la parola senza significato, la parola abusata, la parola stuprata.
Tanto per fare un esempio, qualche giorno fa, sul sito on line di un quotidiano nazionale, leggendo la notizia della morte di Donna Summer, sono rimasto folgorato dall’incipit dell’articolo, una delle cose più assurde che abbia mai letto.

“Donna Summer, regina incontrastata della Disco Music, ha abdicato alle leggi della vita” (il corsivo è mio).

Giuro. L’incipit era proprio questo: Donna Summer ha abdicato alle leggi della vita.
Un attimo dopo ho pensato: ma non bastava scrivere “è morta”?
Ora, abdicare alle leggi della vita è una cosa che mi piace. Cioè, non è che mi piaccia abdicare alle leggi della vita. Nel senso, non voglio mica morire. Non adesso. E non qui soprattutto, sarebbe imbarazzante. Mi piace l’espressione abdicare alle leggi della vita. Infatti, voglio utilizzarla, prima o poi, infilarla da qualche parte, magari in un racconto, o in una storia. O semplicemente in un sms da inviare a un’amica rimasta vedova.

ciao, mi dispiace, ma tuo marito non è morto, ricordatelo: ha solo abdicato alle leggi della vita”.

Il problema è che molti giornalisti non sanno usare le parole. Le utilizzano a vanvera. Oppure ne fanno un uso surreale.
Mi ricordo di un tale che in diretta TV, commentando lo stato di salute di un uomo politico ricoverato in ospedale, a un certo punto disse: “le condizioni sono buone, il paziente ha subito l’operazione di adenoidi al naso”.
Subito dopo pensai: ah, però, e secondo te dove stanno le adenoidi, in culo?

Le parole bisogna saperle usare.
Con questo non voglio dire che sia facile. Tutt’altro. Sbagliamo tutti. Ho sbagliato tante volte anch’io.
– e questa cos’è, la canzone di Ornella Vanoni? –
Sbagliare con le parole è la cosa più facile che possa capitare. Ecco perché avevo diverse idee su come sviluppare il tema di oggi.
E allora, essendo io un giornalista, ed essendo anche uno che scrive storie, racconti, romanzi, m’è venuto in mente che forse avrei potuto leggervi qualcosa tratta dalle storie che scrivo.
L’idea era quella di leggere un racconto, o qualche pagina tratta dalle cose che ho pubblicato. Non sono tante, ma qualcosa c’è.
Ma anche quest’idea, alla fine, l’ho accantonata.

(qui bevo un altro sorso d’acqua, sempre per darmi un tono)

Così me n’è venuta in mente un’altra, di idea. Legata al suono delle parole. Perché se è vero che il significato delle parole è importante, è altrettanto vero che il suono delle parole è fondamentale.
Io, per esempio, mi sono appassionato a Bob Dylan soltanto per averne sentito la voce – che pure non è una bella voce, non nel senso comune del termine, perché Dylan non ha una bella voce.

Era il 1975, inverno, avevo poco più di tredici anni. La radio suonava “Hurricane”, forse si trattava di una hit parade. Le radio libere ancora non trasmettevano, c’erano i 33 e i 45 giri che facevo suonare in casa, i programmi di Radio Rai erano ancora molto convenzionali, molto asettici. Ma Hit Parade mi piaceva.
A ogni modo. Io questo Bob Dylan ancora non lo conoscevo.
C’era qualche compagno di liceo che strimpellava canzoni di Neil Young. Forse anche Dylan, ma non ricordo. Se Dylan c’era, si trovava nascosto nel retroterra musicale degli artisti che mi piaceva ascoltare. Ascoltavo un po’ di tutto, con il tipico disordine che contraddistingue gli adolescenti: Creedence, Inti Illimani, Beatles, Guccini, Santana, Paul Anka, De Gregori, De Andrè, Rolling Stones, Delirium, Stefano Rosso.

L’ascolto di Dylan cambiò tutto. Cambiò il mio mondo.
Quella voce era assolutamente nuova ed eccitante. Fu uno shock, un corto circuito.

All’epoca conoscevo pochissime parole in inglese. Quando avevo tredici anni non si usava mica far frequentare ai ragazzi le scuole di inglese. Solo i ricchi, se le potevano permettere. E io non sono mai stato ricco, nemmeno la mia famiglia. L’inglese lo si studiava a scuola, a partire dalle medie. Ma io, alle scuole medie e alle scuole superiori, ho sempre studiato francese.
Così cominciai ad ascoltare le canzoni di Dylan senza nemmeno sapere che cosa stesse cantando. E – si badi bene – “Hurricane”, quel brano che sentii alla radio, è una canzone che dura quasi dieci minuti. Un brano musicalmente straordinario. Ma non è questo il punto. Il punto è che rimasi affascinato, colpito, ammaliato e stregato dalla voce. Dal suono delle Parole.
Andò a finire che un paio di giorni dopo mi comprai i libri con le canzoni di Dylan, i tre volumi della Newton Compton, quelli con le traduzioni e i testi a fronte. Li conservo ancora gelosamente, le pagine ridotte a carta velina, ormai, a furia di sfogliarle.
È così che ho imparato quel poco di inglese che so.

(ultimo sorso d’acqua, ormai il tono me lo sono già dato)

Dunque, avevo anche questa idea che mi frullava nella testa: parlare di come il suono delle parole sia importante. Direi pure terapeutico. Perché le parole, lo sappiamo tutti, possono farci guarire. E se non ci possono far guarire, ci fanno stare meglio.
Ma alla fine ho scartato anche quest’idea.
E allora, mi sono detto, che cosa ci vado a fare alla “Parola nel Mondo”?
Così ho pensato all’idea più semplice, la più banale, a portata di mano. L’idea meno pretenziosa: leggere una poesia.
E mi sono messo a pensare a quale poesia, a quale poeta.

Il primo a cui ho pensato è stato Walt Whitman. Quindi Woody Guthrie, che non è un poeta, ma che per me è un poeta. Poi m’è venuto in mente Pier Paolo Pasolini, che è stato tutto, non solo poeta. E poi Leopardi, Catullo, Baudelaire, Garcia Lorca, Montale, Bukowski, Ferlinghetti , Allen Ginsberg.

Più pensavo, più si allungava la lista.
Ogni poeta, anche il più scalcinato, ha qualcosa da raccontare, uno stato d’animo da condividere, una verità da svelare.
Pensa che ti ripensa, ieri sera, infine, mi sono deciso: Jean Arthur Rimbaud.

La poesia si intitola “Vocali”, uno dei componimenti di Rimbaud più studiati e interpretati. La letteratura critica su questo sonetto è sterminata. Ma nessuno è riuscito a darne una lettura interpretativa convincente.
A me, che non sono un critico e ci posso leggere ciò che voglio, questa poesia mi piace e basta.

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno le vostre nascite latenti:
A, nero corsetto villoso di mosche splendenti
Che ronzano intorno a crudeli fetori,

Golfi d’ombra; E, candori di vapori e tende,
Lance di fieri ghiacciai, bianchi re, brividi d’umbelle;
I, porpora, sangue sputato, risata di belle labbra
Nella collera o nelle ubriachezze penitenti;

U, cicli, vibrazioni divine dei verdi mari,
Pace di pascoli seminati d’animali, pace di rughe
Che l’alchimia imprime nelle ampie fronti studiose;

O, suprema Tromba piena di strani stridori,
Silenzi attraversati da Angeli e Mondi:
– O l’Omega, raggio viola dei suoi Occhi!

 

 

 

 

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