Metafore fuorvianti e altre cortesie

Metafore fuorvianti e altre cortesie.

Se c’è una cosa che si può dire con assoluta certezza sulle allergie è che le allergie sono fastidiose. E se c’è un’altra cosa che si può dire con altrettanta, assoluta certezza sulle allergie è che l’allergia al polline è molto fastidiosa. I pollini sono dappertutto, in campagna come in città. La primavera è una stagione fastidiosa, per chi soffre di allergia ai pollini. Chi è allergico ai pollini starnutisce un giorno sì e l’altro pure, in primavera. Chi è allergico ai pollini ha gli occhi sempre arrossati, un giorno sì e l’altro pure, in primavera. Poco fa ho fatto uno starnuto esagerato. Subito dopo, ha iniziato a colarmi acqua dal naso. Allora ho preso un fazzoletto di carta e mi sono soffiato il naso. L’ho soffiato così forte che gli occhi sono usciti fuori dalle orbite, sono schizzati via come palline di un flipper. L’occhio destro è finito sotto il divano, quello sinistro su una mensola della libreria. Con l’occhio destro riuscivo a vedere a malapena i miei piedi. Con quello sinistro potevo vedere alcuni volumi ben disposti in fila, un romanzo di Houellebecq, un libro di Gianni Celati, il “Paradiso perduto” di Henry Miller, un romanzo di Saramago e un saggio di Oliver Sacks. Sempre con l’occhio sinistro, per l’esattezza con la sua coda, potevo intravvedere me stesso: me ne stavo in piedi, la bocca spalancata e il fazzoletto in mano, e avevo due buchi neri al posto degli occhi. Non sapevo che cosa fare, a parte preoccuparmi dei due buchi neri al posto degli occhi. Avrei voluto guardarmi allo specchio, ma nessuno specchio era alla portata dei miei occhi. L’occhio destro aveva focalizzato lo sguardo su alcuni residui di polvere sotto il divano, tracce di escrementi di ragni, il tappo di una penna, un pezzo di plastica di dubbia provenienza e briciole, piccole briciole di pane dappertutto. L’occhio sinistro riusciva a scorgere le sfumature dei colori sul dorso delle copertine dei libri. La costa del “Paradiso perduto” era ingiallita e si leggeva a malapena il nome dello scrittore. Il romanzo di Houellebecq pareva reduce da una lettura poco approfondita. La coda dell’occhio, invece, continuava a soffermarsi sui due buchi neri che rendevano il mio volto più simile a un teschio che a un vero volto. Me ne restavo immobile al centro della stanza, incapace di trovare una soluzione che mi consentisse di recuperare i miei occhi. Non è stato facile, fare un passo avanti. Me ne sono reso conto guardandomi con l’occhio destro, che osservava da una prospettiva privilegiata, per così dire. Per quale motivo i miei occhi, nonostante l’espulsione improvvisa dalle orbite, continuassero a inviare impulsi visivi al mio cervello, a rappresentare movimenti, forme, colori e altri caratteri distintivi del mondo visibile, non saprei dirlo, non sono un oculista. E, a ogni modo, il pensiero di come funzioni il meccanismo della visione non è certo il pensiero che uno possa pensare in una situazione del genere. Ho fatto tre passi e uno di lato e sono riuscito ad avvicinarmi agli scaffali della libreria. Ero talmente vicino che la coda dell’occhio sinistro ha messo a fuoco il mio naso e le due orbite vuote. Da quel momento in poi, tutto è stato molto più semplice. Ho afferrato l’occhio sinistro e l’ho rimesso al suo posto. Poi mi sono inginocchiato e ho recuperato anche l’occhio destro da sotto il divano. Prima di infilarlo nella giusta orbita, sono andato in bagno e l’ho lavato con l’acqua fresca. Attaccati alla pupilla c’erano granelli di polvere e scaglie di pelle morta. Quando mi sono guardato allo specchio, con gli occhi sistemati al posto giusto e tutto il resto, ho scosso la testa e mi sono detto che sarebbe il caso di dare una ripulita al pavimento, dappertutto e sotto il divano. Non ho ancora deciso, invece, se valga davvero la pena di leggerlo, quel romanzo di Houellebecq.









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