Che cosa farai dopo, Bob Dylan?

Che cosa farai dopo, Bob Dylan?

Che cos’è un capolavoro? Chi è in grado di riconoscere un capolavoro? L’autore dell’opera? Il critico? Noi comuni mortali? E sulla base di che cosa, di quale parametro definiamo un capolavoro? Chi visita il Metropolitan Museum di New York resta incantato davanti ai tanti capolavori esposti. Forse però non sa che le raccolte del museo sono composte da un 40% di falsi. Lo ha dichiarato nel 1997 lo stesso ex direttore del MET, Thomas Hoving. Ecco. Poi uno pensa a quelli che “Oh, sono stato al Met, sapessi i capolavori…”, e gli scappa da ridere. Senza nulla togliere a certi falsi, che a volte sono proprio dei capolavori.

Il nuovo disco di Bob Dylan, “Rough and Rowdy Ways, è stato definito un capolavoro. 

Nell’intervista al New York Times pubblicata una settimana fa, l’unica concessa per promuovere il nuovo disco, Dylan parla di un brano che ha composto nel 1971, “When I Paint My Masterpiece”, e che di recente ha riproposto dal vivo in un arrangiamento scarno e assai efficace. “È una canzone che ha a che fare con il mondo classico”, dice. “Qualche posto in cui vorresti essere, al di là della tua esperienza. (…) Anche se dipingi il tuo capolavoro, che cosa farai dopo? Ovviamente devi dipingere un altro capolavoro. Quindi potrebbe diventare una specie di ciclo infinito, una trappola di qualche tipo. La canzone però non lo dice”.

Sei proprio sicuro che il nuovo disco di Bob Dylan sia un capolavoro?

Ma sì, ma sì. Certo che è un capolavoro. Se confrontato poi con la robaccia musicale (musicale?) che circola oggi, spento pseudo-rock, finto post-punk, vero disgusto-trash, trap da galera, hip-hop da balera, elettronica clisterica, pop per disadattati, rigurgiti tardo folk, canzonette da Eurovision e guano per talent show, “Rough and Rowdy Ways” è molto più di un capolavoro. Ciò non significa che sia IL capolavoro di Dylan. È uno dei tanti. Forse un capolavoro minore, una Cappella Sistina per chiese di campagna, un’ouverture beethoviana da passeggio, un Guernica in fieri.

Non starai esagerando?

Ma sì, ma sì. Certo che sto esagerando (non lo so, forse davvero NON sto esagerando). E va bene. Ma la Critica? Che dicono gli esperti, sul nuovo disco di Bob Dylan? Ecco alcune pagelle: The Guardian, cinque stelle; The Sun, cinque stelle; The Daily Telegraph, cinque stelle; Mojo, cinque stelle; The Times, cinque stelle; Financial Times (il principale giornale economico-finanziario inglese – già, perché il contributo dell’industria musicale all’economia del Regno Unito è di 5 miliardi di euro e gli artisti creano esportazioni per poco meno di 3 miliardi di euro – dati del 2018 – e quindi non stupisce il fatto che il FT si interessi di Bob Dylan), cinque stelle.

Ma, a te, è piaciuto il nuovo disco di Bob Dylan?

Ma sì, ma sì. Certo che mi è piaciuto. Com’è possibile non amare le melodie strazianti di “I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You” e di “Mother Of Muses”? Com’è possibile non amare la sua voce quando in “False Prophet” canta “What are you lookin’ at? There’s nothing to see”? O quando declama impudente “Black rider, black rider, hold it right there / The size of your cock will get you nowhere”? Com’è possibile non amare una canzone come “Key West (Philosopher Pirate)”, con quell’atmosfera sospesa tra la malinconia e la devozione mistica? O l’impasto sonoro di chitarre e armonica in “Goodbye Jimmy Reed? O il rigore metrico di “Crossing the Rubicon”, un blues così sporco che più sporco non si può?
Com’è possibile non amare l’incalzante “My Own Version of You“, la progressione instabile degli accordi, l’incedere maestoso e allarmante di una storia gotica, un Dylan che sembra Poe che sembra Mary Shelley che sembra Nick Cave? “Well, it must be the winter of my discontent / I wish you’d’ve taken me with you wherever you went“… (e se fosse la canzone più bella del disco?). Infine, come non amare l’ormai epica “Murder Most Foul” (leggi qui)?

Quindi, mi sembra di capire che questo nuovo disco di Bob Dylan sia proprio un capolavoro?

Ma sì, ma sì. Fossi stato in Bob Dylan (e non c’è dubbio che debba essere una cosa faticosissima, essere Bob Dylan) avrei esaltato i contributi degli ospiti speciali presenti nel disco. Dico, hai Fiona Apple in studio e non provi a duettare con lei? Dico, chiami un chitarrista come Blake Mills e non gli lasci nemmeno lo spazio per un assolo piccolo piccolo? Dico, ti fai affiancare da due geni della tastiera quali Benmont Tench e Alan Pasqua, e alla fine nemmeno si capisce se quei due abbiano suonato davvero o se siano finiti per sbaglio nell’elenco degli additional musicians (forse li ha chiamati per il coro a bocca chiusa che accompagna “I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You”)? Mah. Misteri alla Dylan. Che non è nuovo a questo genere di stravaganze. Quando incise l’album “Under the Red Sky”, nel 1990, si portò in studio, tra gli altri, anche Slash. Slash suonò nel brano di apertura, “Wiggle Wiggle”. Fece un assolo prodigioso (pare). Dico pare perché nell’incisione definitiva l’assolo non c’è. In fase di missaggio Dylan ordinò di levarlo: “Suona troppo come se fosse un pezzo dei Guns N’ Roses”. Slash non se la prese più di tanto: “Un bel complimento, in fin dei conti”.

E se “Rough and Rowdy Ways” non fosse un capolavoro?

Ma no, ma no. Certo che è un capolavoro. Di sicuro è il miglior disco di Bob Dylan degli anni ’20 di questo millennio (va bene, è una battuta stupida, lo ammetto). Ma anche “Tempest” (2012), miglior disco degli anni ’10, è un capolavoro. Meno capolavoro di “Rough and Rowdy Ways”, però (opinione personale). E allora, visto che ci siamo, perché non abbozzare una lista di tutti i capolavori dylaniani andando a ritroso di decennio in decennio. “Love and Theft” (2001) è indiscutibilmente il capolavoro dei primi dieci anni del 2000. Pochi dubbi anche per quanto riguarda gli anni ’90: “Time Out Of Mind” (1997). Qualche incertezza, invece, sui capolavori degli anni ’80: direi “Infidels” (1983) e “Oh Mercy” (1989) a pari merito (capolavori prodotti rispettivamente da Mark Knopfler e Daniel Lanois). Gli anni ’70 abbondano di capolavori dylaniani: “Slow Train Coming” (1979), “Street Legal” (1978), “Desire” (1976) e, soprattutto, “Blood on the Tracks” (1975). Quest’ultimo potrebbe essere il capolavoro dei capolavori, ma è solo una mia opinione. Che dire, infine, degli anni ’60? Ne ho contato ben 7, di capolavori (su 9 album pubblicati). Sette su nove: mica male.

E ogni volta che penso alla parola capolavoro, ogni volta che scrivo la parola capolavoro, mi viene in mente quel genio che disse: “Bisogna fare di sé dei capolavori. Io ho trovato da molti anni, da molti millenni, in me, il deserto, e quindi sono un deserto che parla a un altro deserto, non più al deserto dell’altro“. 

Chissà se Bob Dylan conosce Carmelo Bene. 









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