La retorica del Natale.

C’è stato un periodo che non ci ho mai creduto. Non ci ho mai creduto, a questa storia che saremmo andati a suonare a Los Angeles. Non ci ho mai creduto, a questa storia che avremmo inciso un disco con una delle etichette indipendenti più famose degli Stati Uniti. Non ci ho mai creduto, a questa storia che saremmo diventati i più grandi, che avremmo fatto il botto, che la nostra musica sarebbe stata trasmessa dalle radio americane, che Rolling Stone avrebbe pubblicato in copertina la foto del nostro album, che saremmo partiti per un tour mondiale, che avremmo suonato nei teatri più belli del mondo, che ci saremmo sballati nei camerini dei teatri più belli del mondo, che avremmo avuto sotto il palco le ragazze più belle del mondo, e che le ragazze più belle del mondo sarebbero impazzite per noi e per il nostro sound, e che da quel momento in poi non ce ne sarebbe stato più per nessuno. Non ci ho mai creduto. E un giorno gliel’ho pure detto, ad Arturo, mentre stavamo preparando l’albero di Natale e lui stava srotolando una ghirlanda luminosa con piccole stelle argentate e fuori faceva freddo e sembrava che da un momento all’altro potesse venire giù la neve.
– Posso fare una domanda retorica? – gli ho detto.
Arturo ha fatto finta di non sentire, ha continuato a srotolare la ghirlanda.
– Posso fare una domanda retorica? – gli ho detto, sollevando il tono di voce.
Lui ha finito di srotolare la ghirlanda e, senza nemmeno voltarsi, ha detto:
– Ne hai già fatto due.






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