L’alfabeto di Marcel Proust

L’alfabeto di Marcel Proust.

Mi ricordo la sera, più o meno era l’ora di cena, in cui Ottavia si è svegliata e ha iniziato a urlare. Nessuno però ci ha fatto caso. Le capitava di tanto in tanto, di mettersi a urlare all’improvviso, forse per via di un problema all’orecchio che si trascinava da mesi. Si ostinava a curarlo con impacchi di menta e peperoncino, senza alcun risultato apparente, tranne un rapido moltiplicarsi di risvegli inconsueti, e nelle ore più impensate, accompagnati da grida stridule. Arturo era seduto sul divano, guardava il televisore sintonizzato su un canale di natura e scienza. Trasmettevano un documentario sulle piante grasse e i benefici connessi allo sviluppo del settore delle succulente. Marcel Proust, il cane di Arturo, occhi languidi e muso squadrato, era intento con fare svogliato a grattare una porzione ridotta del pavimento. Mi sono rivolto ad Arturo e gli ho detto che l’unica salvezza, la salvezza degli esseri umani, risiedeva nel ritorno ai principi di una vita sana ed equilibrata, agli usi e alle tradizioni delle generazioni che ci avevano preceduto e a quelle che avevano preceduto le generazioni di chi ci aveva preceduto, e ancora più a ritroso nel tempo. Bere, mangiare, scopare, dormire, gli ho detto. Nient’altro. E poi di nuovo mangiare, di nuovo bere, di nuovo dormire, di nuovo scopare. Non necessariamente in quest’ordine, non necessariamente nello stesso istante, non necessariamente tutti i giorni, gli ho detto. Ottavia ha reiterato un lamento breve ma intenso, sembrava il suono di una sirena in lontananza. Arturo non ha detto niente per un po’. Ha continuato a guardare il documentario, sullo schermo erano comparsi anche dei cactus dalla forma bizzarra e diversi arbusti rinsecchiti. Poi di punto in bianco ha spento il televisore, si è alzato, ha dato una pacca leggera a Marcel Proust e a voce alta ha detto “Ma quando cazzo è pronta la cena?”.









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