Quaderni del coprifuoco (12)

Quaderni del coprifuoco (12).

Ieri mattina ho cercato di spiegare a Marcel Proust chi fosse Paolo Rossi e perché avesse vinto il pallone d’oro nel millenovecentottantadue, quell’anno lì tra i primi diciannove c’erano sei calciatori italiani, e all’epoca desideravo avere i capelli come quelli di Rummenigge e infatti me li pettinavo tirandoli indietro, ma indietro non ci stavano e a dirla tutta non erano nemmeno biondi, i miei capelli.

Marcel Proust aveva il muso poggiato sul pavimento e ha mostrato un certo interesse, scodinzolando, soltanto quando ho pronunciato la parola Tedesco, e pur non avendone la certezza ho come l’impressione che nel suo pedigree ci siano tracce di qualche antenato aguzzino vissuto a Mauthausen.

Poi gli ho raccontato la sceneggiatura di un cortometraggio che vorrei girare al più presto e che si intitola, provvisoriamente, “In nuce”.

La scena è all’interno di una cucina. Il protagonista è seduto a tavola e davanti a sé ha quattro noci, un coltello, un bicchiere, una bottiglia di vino e una piccola mattonella di ceramica. In sottofondo le voci provenienti da un televisore che fa zapping in modo del tutto autonomo e cambia canale quando meno te l’aspetti: un telegiornale, la telecronaca di Italia-Brasile ai mondiali di Spagna, l’intervista a un esperto di virus e vaccini, il commento alla situazione politica, le pubblicità di qualche prodotto inutile.
Il protagonista apre con il coltello i gusci delle noci, sgranocchia i gherigli, ogni tanto si sofferma sulle briciole sparpagliate sul tavolo. Sembra disinteressarsi delle voci provenienti dal televisore, i suoi pensieri sembrano rivolti a comprendere l’essenza di significati meno profondi, a scavare nelle sinuosità degli interrogativi più stupidi, domande per le quali nessuna persona di senno si gingillerebbe a cercare risposte.
L’inquadratura è fissa, ogni movimento di camera sarebbe superfluo. Il mondo interiore del protagonista, che potrebbe chiamarsi Ludwig, o Gustavo, o Temistocle, ruota attorno a quelle quattro noci, che metaforicamente potrebbero rappresentare i punti cardinali, o gli elementi naturali, o gli evangelisti, o i matrimoni di quel film con un funerale, o le ruote di un furgoncino, o le mosche di velluto grigio, o la metà dei Nora Orlandi, o più semplicemente la linea difensiva del Napoli di Sarri.

Certo, il canovaccio prevede anche qualche piccolo colpo di scena, ma nulla che possa turbare lo spettatore.

Mi sembra che Marcel Proust abbia ascoltato attentamente l’evolversi della trama, evitando di scodinzolare, sbadigliare o vomitare.
Quando ho finito, si è alzato, si è stiracchiato e mi ha rivolto un’occhiata che più o meno voleva dire: A sentire l’odore, sono assolutamente certo che il vicino ha messo in forno della carne di pollo.    





            





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